Nei sorrisi più forti ci sono sbavature di fragilità

27 02 2012

Oggi avevo una paura fottuta. Non riesco a condividere il mio dolore con nessuno che non sia lei. Gli uomini sono tutti inaffidabili, fanno male perchè non hanno le palle di mordere la vita, scappano e sfuggono di fronte alle cose, non sanno proteggerti senza sottometterti. Non so piangere nelle braccia di nessuno, mai, devo sempre piangere da sola in macchina, invariabilmente. Le mie amiche sono meravigliose, certo: ma non sopporto le storie d’amore, ci sono interi capitoli di argomenti che non oso affrontare, spesso non so cosa rispondere agli incoraggiamenti e ho il terrore di deprimere praticamente chiunque, figuriamoci le mie stelline. Ma l’ospedale puzza di dolore rancido, non potevo proprio resistere senza piangerle in faccia le mie ansie. E allora me ne sono scappata a Venaria, di corsa, con la scusa di comprare le stringhe delle scarpe di mio fratello in una merceria che conosco.

La merceria era fallita, porcaputtana, ci hanno fatto uno stupido supermarket di cui onestamente non si sentiva affatto il bisogno. Intanto stava tramontando tra gli aerei nella mia periferia baldracca, quel fottuto silenzio periferico perdurava come ancora ora perdura, me ne sono sgattaiolata in via Mensa guidando senza occhiali da vista e poi mi sono persa. Sì, a Venaria mi sono persa, completamente disorientata a poche centinaia metri da casa. Stavo prendendo in pieno una rotondina quando ho deciso di parcheggiare in un luogo a caso, scendere dalla macchina e provare a piedi a cercarti. Non c’eri da nessuna parte: non eri sotto i cespugli, non eri sui marciapiedi che ho aggredito ballando Like a rolling stone, non eri nel parco che ho percorso cantando ad alta voce e nemmeno nel vento fresco che mi massacrava le labbra nè sotto i portici striminziti di una via che non riuscivo a inquadrare in un contesto urbanistico noto.  Non ti troverò più, mi sa. Ti sei sbriciolato prima del tempo come un magnifico fiore essiccato. Peccato, iniziavi a piacermi al di fuori di qualsiasi definizione, nel sole arancione delle sei eri perfetto. Ma so che tutto è polvere e niente è per sempre, mi trasformerò ancora e troverò altri lidi a cui attraccare le navi delle mie follie.

C’è una poetessa araba che racchiude tutto quel che sento stasera, mentre cerco di orientarmi un poco nella notte ormai scesa e ritrovo il sottopasso, il cimitero, la strada verso la collina. Mi torna in mente coi suoi versi perfetti, li lascio fluire e ricomincio a credere che ce la faremo, io e lei, alla faccia di tutte le inconsistenze.

 

Ringrazio tutti coloro che non amo

 perché non mi fanno venire il mal di testa

 non mi fanno scrivere lunghe lettere

 non agitano i miei sogni

non li attendo in ansia

non leggo i loro oroscopi sul giornale

 non compongo il loro numero di telefono

non li penso.

Li ringrazio molto

non mi mettono in subbuglio

la vita.

Dunya Mikhail

 





The answer is blowing in the wind

24 02 2012

Mi mancano gli aerei. Su Venaria volano bassi, assai di frequente: sibilano appena nell’aria, tu alzi lo sguardo e per qualche minuto puoi sognare un orizzonte diverso.

E’ che adesso mi sono confusa, diavolo. Mi hai intrecciato le parole con le lacrime. Si sono tutte attorcigliate. Prima di vederti piangere, oggi, mi sentivo così forte e piena di energia. Pronta ad afferrare la vita per le corna. Poi tu ti sei sbriciolata come una colombina: piangevi ed eri tutta lieve mentre ti abbracciavo quelle scapole magre che ti ha fatto la malattia. Mi sembravi tu la figlia e io la mamma.

Casa di nonna è un luogo estremamente comfortevole, in collina, in una zona meravigliosa della città. La mattina, la sera, ogni volta che esco di casa mi innamoro: di un cornicione mai notato prima, di Superga così vicina che puoi accarezzarla con le ciglia, di un riflesso del sole sugli alberi. Sono dannatamente felice, sai, sorrido tutte le volte che ci telefoniamo, mentre tu piangi io sorrido e ti dò tutta la mia positività perchè ci credo fino in fondo. Non sono sola, ho un’intera Torino da amare nei miei spostamenti così frequenti. Però mi manca tanto il profumo di asfalto macchiato della nostra periferia, mamma: quell’odore che morsica le narici tutte le mattine, alle sette, quando esci di casa puntuale per prendere l’11 un’ora prima di qualsiasi cosa ci sia da fare.

Perchè la vita deve fare così male? Continuiamo a lottare in bilico sul filo del rasoio, tu sbrigati ad uscire che io smetto subito di piangere, dannazione.





Crisi isteriche al reparto cancelleria

19 02 2012

Avevano finito i blocknotes. Ho avuto una crisi isterica e mi sono messa a piangere battendo i piedi per terra perchè gli scaffali del supermercato brulicavano di quaderni, risme, ricambi per raccoglitori ad anelli: ma niente blocknotes.

L’unica cosa che riesce a calmarmi è ascoltare quella chitarra. Solo quella. Nessun altra. Il sentimento e la perfezione tecnica quella chitarra sono in grado di sospendere tutte le mie nevrosi per almeno dieci minuti. La cosa mi spaventa.

Il cantante di ieri sera riusciva a cancellare via tutto il resto della stanza, le persone, i dialoghi mozzati, tutto. Avrei voluto intrappolare la sua voce in un bottiglia per poterlo bere tutte le volte in cui ho voglia di urlare.

Non posso permettermi un altro bivio, adesso.





Tra aspirine e pentatoniche

11 02 2012

Siamo sole, io e la mia chitarra crepata che sibila tutte le volte che suoniamo. Ci addormentiamo strette, certe volte, hai i fianchi larghi come me e siamo entrambe così usuali e comuni, indecise e senza carattere. Niente di speciale. Nessuno si illumina quando la vede, è una classica neanche troppo fine, rigata, e fischia. Non tiene l’accordatura più di mezz’ora. Come me cammina tutta strana ed è sempre un pochino scordata.

Però mi rende felice. Riempie tutti i vuoti della mia solitudine. Coglie tutte le sfumature, anche quelle che finiscono nel nero più nero e ti mordono. Non mi illude, mai. So chi è. Lei sa chi sono io. E non abbiamo bisogno di tante parole, nè di spiegazioni. Non ci sono tattiche nei nostri silenzi. Siamo così simili, così permalose, così sfuggenti. Insieme ci teniamo compagnia e il mondo resta fuori dalla stanza e dal tempo, e non c’è alcun bisogno di altro perchè io ho lei e lei ha me. 

Stavamo discutendo in chiave di La maggiore, io e la mia chitarra, quando a un tratto ci ha attraversato un ricordo doloroso come un Intercity sulle costole. Ci ha prese alla sprovvista senza che potessimo prepararci al suo arrivo: aveva la voce della perfezione e gli occhi della notte, e rideva delle nostre sbavature infantili. Credo che il tè si sia rovesciato da solo, da quanto tremavamo. Non c’era più tempo per riflettere, dovevamo andare via prima che ci riagguantasse. Siamo scappate in cucina, qui da nonna: non ci servono uomini, siamo autosufficienti. Suoniamo da sole, presto sapremo suonare Stairway to heaven e i chitarristi smetteranno di affascinarci con la loro presunzione tutta maschile. Che poi non è neanche un chitarrista, a morsicarmi. Questo freddo dannato, vorrei non tremare e avere l’energia per ricacciarti lontano un’altra volta, e invece possono solo suonare e non studiare. Miglioreremo, impareremo le pentatoniche, baby. Rimarremo umili, però, perchè lei è classica, come me, e sa essere sobria.  

Non posso sopportare che qualcuno cerchi di domarmi. Non ho bisogno di te, mai.





Dove sei adesso?

8 02 2012

Non riesco a immaginare cosa senti. Sembri addormentata: in mezzo a tutti i tubi che ti tengono in vita, c’è un sorriso accennato. Sei combattiva, determinata. Stai lottando, credo.

Mi manca tanto la tua voce. Non ero mai stata 24 ore intere senza la tua voce. Sono impaziente: vorrei poter litigare con te al telefono, mandarti a quel paese come se fosse un giorno qualsiasi e tu stessi esagerando con il controllo. Soprattutto vorrei ridere con te quelle risate agrodolci solo nostre. Saremmo belle e felici, in macchina, canteremmo a squarciagola, dimenticheremmo le cose in giro e ci ammazzeremmo per arrivare in tempo a scuola da Tato.

Svegliati presto, mammina. In dieci giorni mi ha resa una donna adulta, che deve pensare a come gestire una famiglia e non più solo a sè stessa. Ma sai, io sono ancora una bambina. Sono stralunata, dimentico le cose, ci metto un sacco a far benzina e non mi ricordo mai la strada più breve per andare da un posto all’altro.

Svegliati presto…





Nella Moleskine, nascosto

5 02 2012

Papà in ospedale con una gamba rotta. Mamma in un altro ospedale, in attesa di un miracolo a cui vogliamo tutti credere. Lorenzo da seguire. Mille zie tra cui coordinarsi. Due esami da dare. C’è posto per i miei sentimenti, in tutto questo? Devo lasciarglielo, altrimenti diventerò un robot. Questo è il solo posto che ho per urlare.

 
 Vorrei urlare che mi sento vecchia. Scontata. Che quando guardo nei tuoi occhi vedo un futuro che non mi appartiene, fatto di rassicuranti certezze da quarantenni. Vorrei urlare che mi manca, essere il tuo diversivo, mi manca l’idea di poterti sedurre e invece so che le mie gambe lunghe sono diventate banali e non significano più niente. Vorrei urlare che io ti tradisco con il pensiero, tu mi tradisci con l’assenza di pensiero. Vorrei urlare che questo è il mio momento del bisogno, ma non voglio che tu sia qui per questo soltano. Vorrei urlare che non ti perdono mai.
 
 
Vorrei urlare che niente mi conquista come un uso puntuale degli avverbi. Ci provo, a resistere, ma c’è qualcosa di così erotico nella determinazione intellettuale. Vorrei urlare che le cose importanti non riesco a dirle, so solo scriverle. Vorrei urlare che non riesco a smettere con questo coinvolgimento innominato, che sei una specie di musa anche se non te lo dirò mai. Che sono profondamente competitiva e ho bisogno di qualcuno che possa insegnarmi qualcosa. Che sono gelosa. Tremendamente. Anche quando non avrei alcun diritto di esserlo. Che la mia indipendenza si sbriciola nelle tue dita, soprattutto quando mi sforzo di mostrarmi una tigre. Sei una cosa nuova. Sei appena nato, ancora non ti conosco e già ti ho nascosto nelle pieghe della mia Moleskine: forse sei una soltanto una comparsa di passaggio nel mio cuore che è un campo minato, credo di essere semplicemente affascinata da una serie di affinità elettive, non ho paura che tu possa rubare la scena a qualcuno di più importante. E’ che non so ancora cosa sei esattamente, e mi turba profondamente sapere che sei entrato qui.

Vorrei urlare che ho smesso di avere paura per mia madre. E forse dovrei sentirmi colpevole, di questo: è che davvero, non ho il tempo di provare sentimenti negativi. Devo pensare a come fare tutto.





50 motivi per essere felice, adesso.

31 01 2012
  1. Urge Overkill, Girl you’ll be a woman soon. Robbie che me la manda.
  2. La voce di Elena al telefono e quella sua esse tutta speciale che mi riscalda il cuore
  3. Il calore di un abbraccio del mio maschietto che viene sotto casa con tutta questa neve solo per stringermi dieci minuti
  4. Fare spogliarelli senza testimoni facendo finta di essere Uma e lanciare la vestaglia per terra e farmi beccare da mamma e ridere
  5. La stretta di Robi, sapere che di notte ha il telefono acceso e fissare le mie stelline sapendo che se non riesco a dormire posso scriverle
  6. Stringere mamma alla vita, per la vita, dicendole che faremo il nostro cazzo di fottuto matrimonio hippie e non inviteremo nessun procugino
  7. Camminare nella neve e morsicare il ghiaccio e fermare i pullman fuori fermata a pochi metri da una rotonda in compagnia dei miei fantastici angioletti a sei corde
  8. I messaggi di chi ti vuole bene: tanti, tutti lì
  9. Le parole di Valentina che bucano lo schermo e mi afferrano per scuotermi
  10. Nonno che mi elenca svariate sue conoscenze senza pancreas, tutte impegnate nell’Azione Cattolica
  11. Lorenzo che profuma di bambolotto
  12. Scoprire per magia un paio di calze dimenticate da anni in un cassetto, pronte a nuova vita
  13. Perdere due chili come per magia
  14. Il sapore delle barrette di cioccolato alla Quinoa dell’Equo&solidale
  15. Marianna che mi manda gli abbracci sui trampoli tacco 15 “per abbracciarti meglio”
  16. Rendersi conto che ho più tette io di Uma sulla copertina di Pulp Fiction
  17. Il ciondolino di Marco al collo, accanto a un cuoricino, stretto addosso per sentire la fiducia
  18. I pomelli del mio cucciolo nella foto che ho sul telefono come sfondo
  19. La neve che rende le cose tutte sfumate
  20. Mio papà che accorda la mia chitarra 
  21. Riuscire a suonare i Led Zeppelin
  22. Scoprire che in effetti c’è qualcosa di eccellente nella musica metal (alcune cose, eh, intendiamoci)
  23. Urlare VAFFANCULO agli sconosciuti7
  24. Ridere per le papere di una giornalista raccomandata
  25. Scoprire il piacere di un tozzo di pane caldo, appena sfornato
  26. Scolarmi da sola 3 caffettiere grandi senza avere le palpitazioni
  27. L’ultima sbobina con la voce dell’incompetente dottoressa Viterbo
  28. Facebook come luogo di abbraccio
  29. Il piacere di comprendere il perchè della crisi del debito sovrano
  30. Un momento di personale soddisfazione nel riscontrare che l’avvocato difensore di Schettino ha seguito la mia strategia difensiva
  31. Lorenzo che registra per me con una disponibilità inverosimile
  32. Scoprire un affetto sepolto verso parenti che non coltivavi da tempo, rendersi conto che è il momento di recuperare
  33. Sulla neve con i tacchi alti
  34. Verba volant, scripta manent
  35. Avere più di 10 euro di credito sul telefonino
  36. Una nuova pettinatura
  37. Un nuovo latte detergente ecosostenibile ipoallergenico
  38. Le sbobine di Esegesi
  39. Il colore verde
  40. Aretha Franklin
  41. Rivedere le proprie prospettive senza paura
  42. Mettere lo smalto e toglierlo dieci minuti dopo perchè anche no
  43. Imparare a stirare una camicia
  44. Ricevere il 51 non mi piace
  45. Il riscaldamento in casa
  46. Riuscire a sorridere nonostante la paura
  47. Occuparsi degli pneumatici antineve
  48. Il profumo del sugo che invade le stanze
  49. Mamma che mi ricorda di togliere il mascara perchè è cancerogeno: ridere dieci minuti buoni dell’inutilità di questa informazione
  50. Il profondo AMORE che mi arriva da ogni parte della mia vita, dalle persone più inaspettate. Essere grata per questo.




50 cose che credevo tollerabili e oggi mi fanno dannatamente incazzare

30 01 2012
  1. I give away dei siti internet
  2. Le pubblicità di cosmetici
  3. I bigodini
  4. Le foto di famiglia nei quadretti appesi in casa
  5. Il colore lilla
  6. I vecchietti ultraottantenni che si lamentano dei loro acciacchi
  7. I dibattiti sulla pensione anticipata ex lege 104 (Dio mi perdoni)
  8. Il Maalox
  9. Le ragazzine che si lamentano delle mestruazioni
  10. Le ragazzine che pubblicano link sulle loro indicibili sofferenze amorose e hanno solo sedici anni
  11. Le santerelline
  12. I ricci
  13. Umberto Bossi
  14. Renzo Bossi
  15. Andreotti
  16. L’inutilità di una serie di sempiterni padreterni
  17. Il concetto di haute couture
  18. La musica neomelodica
  19. Quei pezzi metal che sono pezzi pop mascherati con distorsioni&batteria 
  20. Lele Mora
  21. La gente che parla di borse alla moda
  22. I figli di papà
  23. La mia rabbia etichettatrice
  24. Quando mio fratello fa lo scemo
  25. Il si che non è mai accordato 
  26. Le mie unghie che si sfaldano come fossero di carta
  27. I plettri nuovi che sfrigolano sulle corde
  28. Tutte le volte che non so cosa rispondere
  29. La mia voglia di giudicare tutti 
  30. Questa rabbia cieca, la detesto profondamente, vorrei riuscire a non sentirla e invece più sorrido e più mi viene voglia di correre e spaccare qualcosa
  31. Troppe telefonate tutte in una volta
  32. Non riuscire a smacchiare una tovaglia
  33. Il detersivo sulla pelle
  34. Il sapone
  35. Comprare una barretta al cioccolato della Perugina, ergo della Nestlè, perchè troppo presa dalla situazione
  36. Non riuscire a ricordarmi il titolo di un film
  37. Amedeo VIII di Savoia e i cazzo di Decreta seu statuta
  38. Quando ti dicono che andrà tutto bene
  39. Sentirmi dire che non devo rinunciare a niente
  40. Il concetto stesso di matrimonio
  41. Le feste di laurea degli sconosciuti
  42. Il sapore del tacchino ai ferri
  43. L’odore del brodo vegetale
  44. I discorsi banali 
  45. Gli stereotipi culturali
  46. Scoprirmi a pensare uno stereotipo
  47. I silenzi in cui mi distraggo e non riesco a trovare qualcosa di divertente a cui aggrapparmi
  48. Sentirmi in colpa perchè non sopporto che qualcuno voglia parlarmi di cose serie
  49. Questa voglia di ballare che mi scalpita dentro
  50. La paura di vivere un matrimonio da due giorni 
Ma è solo una di quelle mezz’ore, poi tornerò la solita trasognata ottimista.




Minacce

27 01 2012

Stamattina ero in sala d’attesa. In ospedale. Una vecchia piangeva a voce alta: – Santu Rocco meu, uh, Santu Rocco meu! 

Dall’altro lato della stanza, due magrebini in coppia sciorinavano litanie sottovoce. Io leggevo Baricco svuotata di senso. Non sapevo chi o cosa pregare. David Bowie non lo sentivo.
A un certo punto sono andata dalla vecchia e le ho regalato un’immaginetta di Santa Lucia che mi portavo dietro da tanto tempo. Mi pareva di abbracciare la mia bisnonna: anche lei chiamava giù tutto il paradiso stringendo in mano i santini ( o anche le figurine  Panini o le carte dei Pokemon, quando ha smesso di vedere).  Questa vecchina però non era bianca come la mia bisnonna, e non aveva la sua stessa pelle liscia. Eppure era proprio nonna Rosina mentre le mettevo quel fogliettino di carta tra le dita: – Chi è?

- E’ Santa Lucia.

- Uh, Santa Lucia, la più bella di tutte, Santa Lucia! E me la lasci?

- Ma certo che gliela lascio.

- Grazie, sono contenta, uh, Santa Lucia!

L’ho abbracciata e le ho detto di star tranquilla che andrà tutto bene. Lei ha semplicemente cambiato litania: – Oh Santa Lucia, Santa Lucia bella! Oh, la più bella, la più bella di tutte, Santa Lucia! – dopo un po’ l’hanno spostata in un altro reparto.

Niente logora come attendere una brutta notizia. Di colpo ho paura di perdere tutte le cose scontate di cui mi sono lamentata finora. Ho paura. Una fottuta paura che succeda a noi, alla mia famiglia che mi è sempre sembrata eterna e invincibile. Combatterei, se sapessi cos’è. E invece i giorni scorrono come le perle di quel rosario algerino della ragazza di fronte a me, inutilmente uguali davanti a un Dio che non sai se sente o no. Le diagnosi si sovrappongono come tratti disordinati su un dipinto cubista. Certe ore speri. Altre disperi e inizi a pensare cose orrende come “I matrimoni mi fanno già abbastanza schifo così, senza di lei sarà del tutto privo di senso sposarmi” o “Alla mia laurea voglio che lei sia in prima fila con la matita sulla bocca” o anche “Non è riuscita a insegnarmi a cucinare”. Poi finisci su Internet a cercare diagnosi alternative che definiscano quel grumo di cellule in un modo diverso da quello che temi: potrebbe essere una pseudociste determinata da una pancreatite acuta e posizionata in un posto particolare. Potrebbe benissimo essere una malformazione genetica. E poi certo, forse è un tumore (probabilmente benigno o ai primissimi stadi, viste le analisi del sangue degne di una salutista vegana). E’ soltanto un’ipotesi. Una contro tre. Ci sono due probabilità su tre che non lo sia. E se anche lo fosse, la medicina ha fatto progressi notevoli negli ultimi tre anni, i tumori al pancreas si curano, ci sono pazienti che vivono senza pancreas prendendo ormoni come si fa con una tiroide pigra. 

Ascolta, David Bowie, prenditi quello che vuoi ma lasciami la mia Marilyn. Abbiamo ancora così tante Colazioni da Tiffany da vedere. Non conosce i suoi nipotini perchè non li ho ancora neanche pensati. So già con precisione come organizzarle la festa per i cinquant’anni. Ha i migliori capelli del mondo che neanche Marilyn, non lasciarli cadere.





Vale

16 01 2012

Certe volte basta un’ora al telefono per ricordarsi che il timone ce l’abbiamo noi, che è tutto sotto controllo e che stiamo facendo la cosa giusta. Thank you, baby.






Un senso di te

15 01 2012

Ogni tanto mi chiedo perchè. Che senso ha avuto tutta questa sporca storia di nicotina, tag, citazioni raffinate e inconsistenti monologhi scritti e nascosti in una cartella segreta in fondo a un pc che si è bruciato. Perchè sei finito sul mio percorso, perchè dovevo farti così male, perchè dovevi sbriciolarmi le certezze in modo indelebile e definitivo, perchè devo continuare a combatterti dall’interno.

Eppure molte cose mi hai insegnato. Quanto sono calde le fiamme del peccato – sai che non esagero, te l’ho insegnato io. Il profumo dell’assoluzione. Le risate di sole e di sale. Soprattutto mi hai insegnato a lottare per rendere concreti i miei ideali, a rimboccarmi le maniche. Ancora non lo faccio abbastanza. Sono pigra, mi lascio corrompere dalle cose piccole e trascuro le grandi battaglie. Tu però sei lì, ogni volta che parlano di qualcosa da combattere, mi strizzi l’occhio e inizio a ridere perchè sei tutto stonato mentre suoni. La mia chitarra sibilante mi fa venire voglia di afferrare un destino che ho rifiutato per anni e che invece forse è proprio il mio. Non lo condivideremo. Ma so che mi sentirai, mentre ti dico GRAZIE per i semi e i morsi.





Non mi interessa più capire

6 01 2012

Ci siamo riempiti la bocca di stronzate

mentre rotolavamo sull’asfalto come istrici isterici

senza sapere che genere di pittura volevamo essere.

Poi sono stata all’Orangerie.

A un certo punto ho capito il segreto delle Ninfee di Monet.

Si muovono al vento e vanno osservate correndo. O almeno camminando veloce intorno alla stanza. 

Ed è così che voglio vivere anche io.

Tante persone che mi guardano sedute convinte che per capirmi basta dire che non c’è il nero, in questo quadro, che fa parte della fase della maturità di un pittore ormai cieco. Non capiscono un cazzo. 

Come queste ninfee, così voglio la mia vita: in movimento, soltanto chi corre con me riuscirà a vedermi muovere, a cogliere ogni frammento di luce cangiante, a sentire la gioia primitiva del sole. Voglio vivere con i disadattati, con quelli che la gente biasima e teme perchè hanno il fegato di assaporare la felicità ovunque essa sia – danzare alla fermata dell’autobus,  gridare le canzoni degli Eagles con un filo di voce, emozionarsi perchè le note sono sempre le stesse e posso giocarci. Voglio continuare a essere quel genere di persona che le ragazze senza personalità prendono in giro. Voglio innamorarmi di tutti, di tutto, di ogni donna uomo cane canzone quadro che incontro sulla mia fottuta strada. Voglio correre. 

Continueremo a riempirci la bocca di stronzate

ma saranno tutte vere e credute fino al midollo,

perchè sono diventata una donna e ho deciso di smettere con la banalità, con i discorsi vuoti, con gli sprechi di tempo, con tutte quelle convenzioni sociali opprimenti, con la pianificazione del tempo, con un’idea un paragrafo, con i quotidiani italiani e con i pettegolezzi vuoti, con i giudizi e i consigli. Saremo sempre delle rock star e delle ninfee – non per forza insieme, non per forza lontani. 





La mia voce è sempre rauca

6 01 2012

Avrei voglia di cantare e non posso farlo.

La chitarra è una strada possibile per dimenticarmi di questa sottile inquietudine che mi schiaccia la base del collo.

I capelli li ho tagliati. Gli occhiali sono diversi. Ho un altro seno. Altre gambe. Sono completamente un’altra ragazza. 

Eppure non riesco a scendere da questa giostra.

C’è un punto preciso, al centro del Pont Neuf, da cui riesci a vedere il centro del tuo cuore: 

mi sono affacciata sulla Senna e correvo, tu mi inseguivi e scattavi foto sotto la pioggia e nel vento, io mi nascondevo nella lana e nelle sciarpe non potevi prendermi. 

Siamo tornati a casa da troppe ore per stabilire con sicurezza se era la realtà o un sogno.

Vieni qui. Dimenticami.






Diamine

28 12 2011

Sapere che entrambi stiamo non facendo quello che vorremmo fare, insieme, nello stesso istante: è una cosa che unisce profondamente.





Havana affair – Senza sentire il Natale

23 12 2011

- Ire, cosa hai chiesto a Babbo Natale? – il mio cuginetto piccolo mi prende alla sprovvista. E’ rimasto l’unico che possa permettersi una vigilia di trepidazione davanti alla finestra, a scrutare il cielo a caccia di slitte e luccichii sospetti. Mi fissa con questi giganteschi occhioni chiari e mi ripete la domanda:

- Allora? Cosa hai chiesto a Babbo Natale?

Mi coglie del tutto impreparata. Opto per una smorfia buffa e per fargli il solletico sul divano.

Poi però resto sola, dopo qualche ora. Mentre sorseggio una tazza gigante di cappuccino solubile, mi ronza in testa un interrogativo sospeso: sono ancora capace di desiderare in grande? E’ stato un anno di delusioni e disincanti. Non privo di soddisfazioni, novità, doni inaspettati. Eppure sento un retrogusto amaro nel ripensare ai mesi appena trascorsi. Non ho voglia di Natale, nè di buoni propositi che non riuscirò a mantenere, e nemmeno di far finta di avere dei nuovi sogni in cui credere. Se potessi chiedere qualcosa a Babbo Natale, o a Gesù bambino, o a David Bowie, sarei in grado di formulare delle reali richieste? Proviamo subito.

  • Caro David Bowie, quest’anno regalami chili di errori stupidi e insensati con cui colorare la mia vita. Fammi sbagliare molto e con convinzione, lasciami perdere per strade nuove mai battute e completamente inconcludenti.
  • Fammi trovare sotto l’albero qualche sfida con cui misurarmi per diventare una persona migliore e crescere.
  • Portami via qualcosa di cui non ho bisogno: aiutami a liberarmi di ciò che è superfluo, a farmi bastare l’essenziale di tutto.
  • Insegnami a cantare con il cuore senza strozzarmi la voce in petto, a dimenticare le mie esperienze lasciando che le parole delle canzoni che canto affiorino in tutta la loro purezza, ripulite da qualsiasi traccia autobiografica, senza bisogno di aggiunte ulteriori rispetto al loro significato effettivo.
  • Ridammi Amy Winehouse. Mi sento profondamente blasfema, David Bowie, ma temo di aver consumato ogni singolo pezzo: falla resuscitare giusto un paio di settimane, affinchè incida qualcosa di nuovo e io possa andare avanti.

  • Rendi più forti le mie dita, concedimi una grazia: che io possa cambiare rapidamente accordo dopo un barrè senza trasformare un pezzo funkie in un lamento funebre.
  • Aiutami a cedere alle tentazioni, a non essere così fottutamente rigida e inflessibile, a fare cose inutili e pericolose per il puro piacere primitivo del godersi la vita.
  • Mio adorato David Bowie, mettimi ancora addosso questa voglia di spaccare tutto. Impediscimi di accontentarmi degli equilibri per pigrizia, lasciami giocare con la vita, aiutami a non avere punti saldi a parte te. 
  • Non offenderti se ti chiamo David Bowie, rende tutto più passionale e più fluido. Perdona la mia arroganza come una debolezza.
  • Dammi ancora la voglia di uscire di casa senza trucco, di non mettere l’mp3 sul pullman, di rinunciare a dare consigli alle persone e di non giudicare dalle apparenze. Rendimi umile quando non riesco ad esserlo.
  • Quando sarò felice e crederò di avere il mondo in tasca, levami qualcosa cosicchè debba lottare per riprendermelo: non mi impigrirmi mai.
  • Dammi tantissimo lavoro da fare. Non lasciarmi mai più di due settimane senza una scadenza, mantieni attiva ogni fibra del mio essere. Fa’ che io non abbia abbastanza tempo per ingarbugliarmi i pensieri.

  • Fammi morire dalle risate.
  • Tienimi in salute tutti quelli a cui voglio bene: lontani, vicini, presenti, passati, futuri. Regalami la pazienza di chi mi sopporta quando ho uno sbalzo di umore.
  • Mantienimi insicura: non voglio smettere di cercare soluzioni alternative. 
  • Last but not least, mio caro David Bowie: quest’anno aiutami ad amare profondamente, perdutamente, senza alcuna giustificazione razionale, in modo totalmente insensato e stupido. Non rendermi vuota.

Il mio cuginetto probabilmente intendeva qualcos’altro, quando mi ha chiesto cosa volessi per Natale. Eppure sento di non desiderare altro che questo. 





John Frusciante viene di sera

14 12 2011

 

Quando cala il buio 

 questa stanza di carta mi opprime:

traboccante di idee sparpagliate su ogni superficie libera – giornali libri appunti biglietti della metro pantaloni per sembrare più convincente o rubriche del telefono che siano.

John Frusciante viene di sera,

a chiedere il conto della giornata appena trascorsa.

Non gliene frega un cazzo di procedura penale, è solo un esame, se non lo passo e perdo la borsa di studio la vita va avanti lo stesso. Potrebbe avere ragione lui.

Scivola cattivo sui miei polpastrelli feriti di principiante, appena sfiorati dal nylon e già scottati: la mia chitarra si vendica di tutti i tradimenti subiti, delle intere settimane in cui la dimentico nella custodia, e mi punisce spellandomi le mani. La solita bollicina perfida del pollice destro mi punge come uno spillo perchè ho suonato senza plettro Kiss me pensando al vento.

John Frusciante viene di sera a farsi sentire, si insinua nei miei ripassi in extremis per arraffare qualcosa venerdì pomeriggio e mi colpisce nei vuoti.

Questo è perchè sei sempre indecisa e sempre lo sarai, questo è perchè sei ambigua, questo è perchè non ti sai scollare di dosso la parte della stronza eppure hai il coraggio di giudicare severamente gli altri. Questo è per i caffè che non bevi, questo per l’elemosina che non fai, questo perchè ci sono occhi in cui non devi metterti e tu lo fai lo apposta, a prenderteli. Questo è perchè non hai ancora scoperto quanto c’è nella card della FNAC che ti ha regalato nonna due mesi fa, questo è per i tuoi debiti, questo è per le volte che dai buca alla gente e quest’altro è perchè non me la racconti giusta, bambina, lo sappiamo perfettamente che non è tutto sottocontrollo, puoi truccarti di verde ma non cambia niente.

John Frusciante riderebbe del mio modo di suonare la chitarra, dei miei accordi tutti storti quando riemergo da un barrè ( ti sbagliavi, non ho le mani giuste).

  Il problema di Curtains è che è un album che ti rimane incollato addosso anche alla mattina, come uno di quei profumi del mercato che anche dopo una doccia non vengono via. E ti verrebbe voglia di alzare il telefono e dire le cose che non dici mai ma mancano ancora 124 pagine alla fine e non c’è mai il tempo di essere te stessa.

 








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