50 motivi per essere felice, adesso.

31 01 2012
  1. Urge Overkill, Girl you’ll be a woman soon. Robbie che me la manda.
  2. La voce di Elena al telefono e quella sua esse tutta speciale che mi riscalda il cuore
  3. Il calore di un abbraccio del mio maschietto che viene sotto casa con tutta questa neve solo per stringermi dieci minuti
  4. Fare spogliarelli senza testimoni facendo finta di essere Uma e lanciare la vestaglia per terra e farmi beccare da mamma e ridere
  5. La stretta di Robi, sapere che di notte ha il telefono acceso e fissare le mie stelline sapendo che se non riesco a dormire posso scriverle
  6. Stringere mamma alla vita, per la vita, dicendole che faremo il nostro cazzo di fottuto matrimonio hippie e non inviteremo nessun procugino
  7. Camminare nella neve e morsicare il ghiaccio e fermare i pullman fuori fermata a pochi metri da una rotonda in compagnia dei miei fantastici angioletti a sei corde
  8. I messaggi di chi ti vuole bene: tanti, tutti lì
  9. Le parole di Valentina che bucano lo schermo e mi afferrano per scuotermi
  10. Nonno che mi elenca svariate sue conoscenze senza pancreas, tutte impegnate nell’Azione Cattolica
  11. Lorenzo che profuma di bambolotto
  12. Scoprire per magia un paio di calze dimenticate da anni in un cassetto, pronte a nuova vita
  13. Perdere due chili come per magia
  14. Il sapore delle barrette di cioccolato alla Quinoa dell’Equo&solidale
  15. Marianna che mi manda gli abbracci sui trampoli tacco 15 “per abbracciarti meglio”
  16. Rendersi conto che ho più tette io di Uma sulla copertina di Pulp Fiction
  17. Il ciondolino di Marco al collo, accanto a un cuoricino, stretto addosso per sentire la fiducia
  18. I pomelli del mio cucciolo nella foto che ho sul telefono come sfondo
  19. La neve che rende le cose tutte sfumate
  20. Mio papà che accorda la mia chitarra 
  21. Riuscire a suonare i Led Zeppelin
  22. Scoprire che in effetti c’è qualcosa di eccellente nella musica metal (alcune cose, eh, intendiamoci)
  23. Urlare VAFFANCULO agli sconosciuti7
  24. Ridere per le papere di una giornalista raccomandata
  25. Scoprire il piacere di un tozzo di pane caldo, appena sfornato
  26. Scolarmi da sola 3 caffettiere grandi senza avere le palpitazioni
  27. L’ultima sbobina con la voce dell’incompetente dottoressa Viterbo
  28. Facebook come luogo di abbraccio
  29. Il piacere di comprendere il perchè della crisi del debito sovrano
  30. Un momento di personale soddisfazione nel riscontrare che l’avvocato difensore di Schettino ha seguito la mia strategia difensiva
  31. Lorenzo che registra per me con una disponibilità inverosimile
  32. Scoprire un affetto sepolto verso parenti che non coltivavi da tempo, rendersi conto che è il momento di recuperare
  33. Sulla neve con i tacchi alti
  34. Verba volant, scripta manent
  35. Avere più di 10 euro di credito sul telefonino
  36. Una nuova pettinatura
  37. Un nuovo latte detergente ecosostenibile ipoallergenico
  38. Le sbobine di Esegesi
  39. Il colore verde
  40. Aretha Franklin
  41. Rivedere le proprie prospettive senza paura
  42. Mettere lo smalto e toglierlo dieci minuti dopo perchè anche no
  43. Imparare a stirare una camicia
  44. Ricevere il 51 non mi piace
  45. Il riscaldamento in casa
  46. Riuscire a sorridere nonostante la paura
  47. Occuparsi degli pneumatici antineve
  48. Il profumo del sugo che invade le stanze
  49. Mamma che mi ricorda di togliere il mascara perchè è cancerogeno: ridere dieci minuti buoni dell’inutilità di questa informazione
  50. Il profondo AMORE che mi arriva da ogni parte della mia vita, dalle persone più inaspettate. Essere grata per questo.




50 cose che credevo tollerabili e oggi mi fanno dannatamente incazzare

30 01 2012
  1. I give away dei siti internet
  2. Le pubblicità di cosmetici
  3. I bigodini
  4. Le foto di famiglia nei quadretti appesi in casa
  5. Il colore lilla
  6. I vecchietti ultraottantenni che si lamentano dei loro acciacchi
  7. I dibattiti sulla pensione anticipata ex lege 104 (Dio mi perdoni)
  8. Il Maalox
  9. Le ragazzine che si lamentano delle mestruazioni
  10. Le ragazzine che pubblicano link sulle loro indicibili sofferenze amorose e hanno solo sedici anni
  11. Le santerelline
  12. I ricci
  13. Umberto Bossi
  14. Renzo Bossi
  15. Andreotti
  16. L’inutilità di una serie di sempiterni padreterni
  17. Il concetto di haute couture
  18. La musica neomelodica
  19. Quei pezzi metal che sono pezzi pop mascherati con distorsioni&batteria 
  20. Lele Mora
  21. La gente che parla di borse alla moda
  22. I figli di papà
  23. La mia rabbia etichettatrice
  24. Quando mio fratello fa lo scemo
  25. Il si che non è mai accordato 
  26. Le mie unghie che si sfaldano come fossero di carta
  27. I plettri nuovi che sfrigolano sulle corde
  28. Tutte le volte che non so cosa rispondere
  29. La mia voglia di giudicare tutti 
  30. Questa rabbia cieca, la detesto profondamente, vorrei riuscire a non sentirla e invece più sorrido e più mi viene voglia di correre e spaccare qualcosa
  31. Troppe telefonate tutte in una volta
  32. Non riuscire a smacchiare una tovaglia
  33. Il detersivo sulla pelle
  34. Il sapone
  35. Comprare una barretta al cioccolato della Perugina, ergo della Nestlè, perchè troppo presa dalla situazione
  36. Non riuscire a ricordarmi il titolo di un film
  37. Amedeo VIII di Savoia e i cazzo di Decreta seu statuta
  38. Quando ti dicono che andrà tutto bene
  39. Sentirmi dire che non devo rinunciare a niente
  40. Il concetto stesso di matrimonio
  41. Le feste di laurea degli sconosciuti
  42. Il sapore del tacchino ai ferri
  43. L’odore del brodo vegetale
  44. I discorsi banali 
  45. Gli stereotipi culturali
  46. Scoprirmi a pensare uno stereotipo
  47. I silenzi in cui mi distraggo e non riesco a trovare qualcosa di divertente a cui aggrapparmi
  48. Sentirmi in colpa perchè non sopporto che qualcuno voglia parlarmi di cose serie
  49. Questa voglia di ballare che mi scalpita dentro
  50. La paura di vivere un matrimonio da due giorni 
Ma è solo una di quelle mezz’ore, poi tornerò la solita trasognata ottimista.




Minacce

27 01 2012

Stamattina ero in sala d’attesa. In ospedale. Una vecchia piangeva a voce alta: – Santu Rocco meu, uh, Santu Rocco meu! 

Dall’altro lato della stanza, due magrebini in coppia sciorinavano litanie sottovoce. Io leggevo Baricco svuotata di senso. Non sapevo chi o cosa pregare. David Bowie non lo sentivo.
A un certo punto sono andata dalla vecchia e le ho regalato un’immaginetta di Santa Lucia che mi portavo dietro da tanto tempo. Mi pareva di abbracciare la mia bisnonna: anche lei chiamava giù tutto il paradiso stringendo in mano i santini ( o anche le figurine  Panini o le carte dei Pokemon, quando ha smesso di vedere).  Questa vecchina però non era bianca come la mia bisnonna, e non aveva la sua stessa pelle liscia. Eppure era proprio nonna Rosina mentre le mettevo quel fogliettino di carta tra le dita: – Chi è?

- E’ Santa Lucia.

- Uh, Santa Lucia, la più bella di tutte, Santa Lucia! E me la lasci?

- Ma certo che gliela lascio.

- Grazie, sono contenta, uh, Santa Lucia!

L’ho abbracciata e le ho detto di star tranquilla che andrà tutto bene. Lei ha semplicemente cambiato litania: – Oh Santa Lucia, Santa Lucia bella! Oh, la più bella, la più bella di tutte, Santa Lucia! – dopo un po’ l’hanno spostata in un altro reparto.

Niente logora come attendere una brutta notizia. Di colpo ho paura di perdere tutte le cose scontate di cui mi sono lamentata finora. Ho paura. Una fottuta paura che succeda a noi, alla mia famiglia che mi è sempre sembrata eterna e invincibile. Combatterei, se sapessi cos’è. E invece i giorni scorrono come le perle di quel rosario algerino della ragazza di fronte a me, inutilmente uguali davanti a un Dio che non sai se sente o no. Le diagnosi si sovrappongono come tratti disordinati su un dipinto cubista. Certe ore speri. Altre disperi e inizi a pensare cose orrende come “I matrimoni mi fanno già abbastanza schifo così, senza di lei sarà del tutto privo di senso sposarmi” o “Alla mia laurea voglio che lei sia in prima fila con la matita sulla bocca” o anche “Non è riuscita a insegnarmi a cucinare”. Poi finisci su Internet a cercare diagnosi alternative che definiscano quel grumo di cellule in un modo diverso da quello che temi: potrebbe essere una pseudociste determinata da una pancreatite acuta e posizionata in un posto particolare. Potrebbe benissimo essere una malformazione genetica. E poi certo, forse è un tumore (probabilmente benigno o ai primissimi stadi, viste le analisi del sangue degne di una salutista vegana). E’ soltanto un’ipotesi. Una contro tre. Ci sono due probabilità su tre che non lo sia. E se anche lo fosse, la medicina ha fatto progressi notevoli negli ultimi tre anni, i tumori al pancreas si curano, ci sono pazienti che vivono senza pancreas prendendo ormoni come si fa con una tiroide pigra. 

Ascolta, David Bowie, prenditi quello che vuoi ma lasciami la mia Marilyn. Abbiamo ancora così tante Colazioni da Tiffany da vedere. Non conosce i suoi nipotini perchè non li ho ancora neanche pensati. So già con precisione come organizzarle la festa per i cinquant’anni. Ha i migliori capelli del mondo che neanche Marilyn, non lasciarli cadere.





Vale

16 01 2012

Certe volte basta un’ora al telefono per ricordarsi che il timone ce l’abbiamo noi, che è tutto sotto controllo e che stiamo facendo la cosa giusta. Thank you, baby.






Un senso di te

15 01 2012

Ogni tanto mi chiedo perchè. Che senso ha avuto tutta questa sporca storia di nicotina, tag, citazioni raffinate e inconsistenti monologhi scritti e nascosti in una cartella segreta in fondo a un pc che si è bruciato. Perchè sei finito sul mio percorso, perchè dovevo farti così male, perchè dovevi sbriciolarmi le certezze in modo indelebile e definitivo, perchè devo continuare a combatterti dall’interno.

Eppure molte cose mi hai insegnato. Quanto sono calde le fiamme del peccato – sai che non esagero, te l’ho insegnato io. Il profumo dell’assoluzione. Le risate di sole e di sale. Soprattutto mi hai insegnato a lottare per rendere concreti i miei ideali, a rimboccarmi le maniche. Ancora non lo faccio abbastanza. Sono pigra, mi lascio corrompere dalle cose piccole e trascuro le grandi battaglie. Tu però sei lì, ogni volta che parlano di qualcosa da combattere, mi strizzi l’occhio e inizio a ridere perchè sei tutto stonato mentre suoni. La mia chitarra sibilante mi fa venire voglia di afferrare un destino che ho rifiutato per anni e che invece forse è proprio il mio. Non lo condivideremo. Ma so che mi sentirai, mentre ti dico GRAZIE per i semi e i morsi.





Non mi interessa più capire

6 01 2012

Ci siamo riempiti la bocca di stronzate

mentre rotolavamo sull’asfalto come istrici isterici

senza sapere che genere di pittura volevamo essere.

Poi sono stata all’Orangerie.

A un certo punto ho capito il segreto delle Ninfee di Monet.

Si muovono al vento e vanno osservate correndo. O almeno camminando veloce intorno alla stanza. 

Ed è così che voglio vivere anche io.

Tante persone che mi guardano sedute convinte che per capirmi basta dire che non c’è il nero, in questo quadro, che fa parte della fase della maturità di un pittore ormai cieco. Non capiscono un cazzo. 

Come queste ninfee, così voglio la mia vita: in movimento, soltanto chi corre con me riuscirà a vedermi muovere, a cogliere ogni frammento di luce cangiante, a sentire la gioia primitiva del sole. Voglio vivere con i disadattati, con quelli che la gente biasima e teme perchè hanno il fegato di assaporare la felicità ovunque essa sia – danzare alla fermata dell’autobus,  gridare le canzoni degli Eagles con un filo di voce, emozionarsi perchè le note sono sempre le stesse e posso giocarci. Voglio continuare a essere quel genere di persona che le ragazze senza personalità prendono in giro. Voglio innamorarmi di tutti, di tutto, di ogni donna uomo cane canzone quadro che incontro sulla mia fottuta strada. Voglio correre. 

Continueremo a riempirci la bocca di stronzate

ma saranno tutte vere e credute fino al midollo,

perchè sono diventata una donna e ho deciso di smettere con la banalità, con i discorsi vuoti, con gli sprechi di tempo, con tutte quelle convenzioni sociali opprimenti, con la pianificazione del tempo, con un’idea un paragrafo, con i quotidiani italiani e con i pettegolezzi vuoti, con i giudizi e i consigli. Saremo sempre delle rock star e delle ninfee – non per forza insieme, non per forza lontani. 





La mia voce è sempre rauca

6 01 2012

Avrei voglia di cantare e non posso farlo.

La chitarra è una strada possibile per dimenticarmi di questa sottile inquietudine che mi schiaccia la base del collo.

I capelli li ho tagliati. Gli occhiali sono diversi. Ho un altro seno. Altre gambe. Sono completamente un’altra ragazza. 

Eppure non riesco a scendere da questa giostra.

C’è un punto preciso, al centro del Pont Neuf, da cui riesci a vedere il centro del tuo cuore: 

mi sono affacciata sulla Senna e correvo, tu mi inseguivi e scattavi foto sotto la pioggia e nel vento, io mi nascondevo nella lana e nelle sciarpe non potevi prendermi. 

Siamo tornati a casa da troppe ore per stabilire con sicurezza se era la realtà o un sogno.

Vieni qui. Dimenticami.






Diamine

28 12 2011

Sapere che entrambi stiamo non facendo quello che vorremmo fare, insieme, nello stesso istante: è una cosa che unisce profondamente.





Havana affair – Senza sentire il Natale

23 12 2011

- Ire, cosa hai chiesto a Babbo Natale? – il mio cuginetto piccolo mi prende alla sprovvista. E’ rimasto l’unico che possa permettersi una vigilia di trepidazione davanti alla finestra, a scrutare il cielo a caccia di slitte e luccichii sospetti. Mi fissa con questi giganteschi occhioni chiari e mi ripete la domanda:

- Allora? Cosa hai chiesto a Babbo Natale?

Mi coglie del tutto impreparata. Opto per una smorfia buffa e per fargli il solletico sul divano.

Poi però resto sola, dopo qualche ora. Mentre sorseggio una tazza gigante di cappuccino solubile, mi ronza in testa un interrogativo sospeso: sono ancora capace di desiderare in grande? E’ stato un anno di delusioni e disincanti. Non privo di soddisfazioni, novità, doni inaspettati. Eppure sento un retrogusto amaro nel ripensare ai mesi appena trascorsi. Non ho voglia di Natale, nè di buoni propositi che non riuscirò a mantenere, e nemmeno di far finta di avere dei nuovi sogni in cui credere. Se potessi chiedere qualcosa a Babbo Natale, o a Gesù bambino, o a David Bowie, sarei in grado di formulare delle reali richieste? Proviamo subito.

  • Caro David Bowie, quest’anno regalami chili di errori stupidi e insensati con cui colorare la mia vita. Fammi sbagliare molto e con convinzione, lasciami perdere per strade nuove mai battute e completamente inconcludenti.
  • Fammi trovare sotto l’albero qualche sfida con cui misurarmi per diventare una persona migliore e crescere.
  • Portami via qualcosa di cui non ho bisogno: aiutami a liberarmi di ciò che è superfluo, a farmi bastare l’essenziale di tutto.
  • Insegnami a cantare con il cuore senza strozzarmi la voce in petto, a dimenticare le mie esperienze lasciando che le parole delle canzoni che canto affiorino in tutta la loro purezza, ripulite da qualsiasi traccia autobiografica, senza bisogno di aggiunte ulteriori rispetto al loro significato effettivo.
  • Ridammi Amy Winehouse. Mi sento profondamente blasfema, David Bowie, ma temo di aver consumato ogni singolo pezzo: falla resuscitare giusto un paio di settimane, affinchè incida qualcosa di nuovo e io possa andare avanti.

  • Rendi più forti le mie dita, concedimi una grazia: che io possa cambiare rapidamente accordo dopo un barrè senza trasformare un pezzo funkie in un lamento funebre.
  • Aiutami a cedere alle tentazioni, a non essere così fottutamente rigida e inflessibile, a fare cose inutili e pericolose per il puro piacere primitivo del godersi la vita.
  • Mio adorato David Bowie, mettimi ancora addosso questa voglia di spaccare tutto. Impediscimi di accontentarmi degli equilibri per pigrizia, lasciami giocare con la vita, aiutami a non avere punti saldi a parte te. 
  • Non offenderti se ti chiamo David Bowie, rende tutto più passionale e più fluido. Perdona la mia arroganza come una debolezza.
  • Dammi ancora la voglia di uscire di casa senza trucco, di non mettere l’mp3 sul pullman, di rinunciare a dare consigli alle persone e di non giudicare dalle apparenze. Rendimi umile quando non riesco ad esserlo.
  • Quando sarò felice e crederò di avere il mondo in tasca, levami qualcosa cosicchè debba lottare per riprendermelo: non mi impigrirmi mai.
  • Dammi tantissimo lavoro da fare. Non lasciarmi mai più di due settimane senza una scadenza, mantieni attiva ogni fibra del mio essere. Fa’ che io non abbia abbastanza tempo per ingarbugliarmi i pensieri.

  • Fammi morire dalle risate.
  • Tienimi in salute tutti quelli a cui voglio bene: lontani, vicini, presenti, passati, futuri. Regalami la pazienza di chi mi sopporta quando ho uno sbalzo di umore.
  • Mantienimi insicura: non voglio smettere di cercare soluzioni alternative. 
  • Last but not least, mio caro David Bowie: quest’anno aiutami ad amare profondamente, perdutamente, senza alcuna giustificazione razionale, in modo totalmente insensato e stupido. Non rendermi vuota.

Il mio cuginetto probabilmente intendeva qualcos’altro, quando mi ha chiesto cosa volessi per Natale. Eppure sento di non desiderare altro che questo. 





John Frusciante viene di sera

14 12 2011

 

Quando cala il buio 

 questa stanza di carta mi opprime:

traboccante di idee sparpagliate su ogni superficie libera – giornali libri appunti biglietti della metro pantaloni per sembrare più convincente o rubriche del telefono che siano.

John Frusciante viene di sera,

a chiedere il conto della giornata appena trascorsa.

Non gliene frega un cazzo di procedura penale, è solo un esame, se non lo passo e perdo la borsa di studio la vita va avanti lo stesso. Potrebbe avere ragione lui.

Scivola cattivo sui miei polpastrelli feriti di principiante, appena sfiorati dal nylon e già scottati: la mia chitarra si vendica di tutti i tradimenti subiti, delle intere settimane in cui la dimentico nella custodia, e mi punisce spellandomi le mani. La solita bollicina perfida del pollice destro mi punge come uno spillo perchè ho suonato senza plettro Kiss me pensando al vento.

John Frusciante viene di sera a farsi sentire, si insinua nei miei ripassi in extremis per arraffare qualcosa venerdì pomeriggio e mi colpisce nei vuoti.

Questo è perchè sei sempre indecisa e sempre lo sarai, questo è perchè sei ambigua, questo è perchè non ti sai scollare di dosso la parte della stronza eppure hai il coraggio di giudicare severamente gli altri. Questo è per i caffè che non bevi, questo per l’elemosina che non fai, questo perchè ci sono occhi in cui non devi metterti e tu lo fai lo apposta, a prenderteli. Questo è perchè non hai ancora scoperto quanto c’è nella card della FNAC che ti ha regalato nonna due mesi fa, questo è per i tuoi debiti, questo è per le volte che dai buca alla gente e quest’altro è perchè non me la racconti giusta, bambina, lo sappiamo perfettamente che non è tutto sottocontrollo, puoi truccarti di verde ma non cambia niente.

John Frusciante riderebbe del mio modo di suonare la chitarra, dei miei accordi tutti storti quando riemergo da un barrè ( ti sbagliavi, non ho le mani giuste).

  Il problema di Curtains è che è un album che ti rimane incollato addosso anche alla mattina, come uno di quei profumi del mercato che anche dopo una doccia non vengono via. E ti verrebbe voglia di alzare il telefono e dire le cose che non dici mai ma mancano ancora 124 pagine alla fine e non c’è mai il tempo di essere te stessa.

 





Effetti collaterali

9 12 2011

Stare in una relazione dà tantissimi vantaggi. Arricchisce emotivamente, è appagante perchè condividi tutto con la persona che ami, ecc. Però riflettendo davanti a un barattolo di nutella mi sono resa conto che ci sono anche alcune conseguenze indesiderate. Anni di singletudine ti insegnano ad essere autonoma, indipendente, automunita! Tutte cose che nel giro di qualche mese di rapporto serio si iniziano a dimenticare. A poco a poco ci si abitua ai benefit dell’avere una relazione. Mi sono chiesta: quali sono i “vizi” che mi ha attaccato la mia lunga, bellissima, travagliata, emozionante relazione seria?

  • GATTAMORTAGGINE: anche se a detta di molti (incluso il mio fratellino) io sono geneticamente incline a gattamorteggiare, avere una relazione seria ha definitivamente sdoganato gli ammiccamenti per avere un favore, i capricci, le moine, i sorrisini e tutti quei meccanismi inconsci volti ad ottenere un trattamento preferenziale. E non solo con il mio ragazzo!

 

  • TRASCURATEZZA: dopo che ti ha vista in pigiama, sudata, in tuta, struccata, appena sveglia…perchè continuare a sbattersi per mettersi in tiro? Col tempo le autoreggenti sono diventate un’accessorio d’occasione, i maglioni larghi vengono riabilitati come outfit perchè “tanto mi piaci così come sei” e persino il mascara inizia lentamente a diventare facoltativo. E poi un giorno senza accorgetene ti ritrovi a videochiamare su Skipe degli amici con addosso la vestaglia di tuo padre, struccata e con i capelli alla Ciottolina dei Flinstones!

  • DIVISMO: la macchina? Credo la prenda lui. In ritardo? Che saranno mai venti minuti, ormai è abituato, lo faccio salire così non muore di freddo. E nel giro di poco diventi più viziata e megalomane di un’attricetta hollywoodiana. L’implicita presenza di un autista è talmente implicita che finisci per far guidare la tua macchina a chiunque e non impari mai le strade, al punto di perderti costantemente in pieno centro ogni sera. E poi è difficile tornare indietro…

  • DIPENDENZA DA ZUCCHERI: complici frasi killer del tipo “la tua pancia è sexy” o “a me mi piaci così” ogni scusa è buona per sentirsi legittimate a un largo consumo di Nutella e simili saccaroidi, specie se “abbiamo appena litigato”, “siamo in crisi”, “devo consolarmi perchè è uno stronzo”.

Ecco, questi effetti collaterali della vita di coppia non erano nei miei programmi…Cercasi reset per tornare ai bei tempi in cui non mi sarei mai sognata di miagolare “eddai, mi dai un cioccolatino?” a qualcuno che non fosse mio padre (anzi: in effetti neanche a mio padre).





#leaveamessage

8 12 2011

Il mio messaggio sarà a Venaria, vicino alla piazzetta del mercato al confine con Torino, appoggiato sulla panchina della fermata dell’11.

Tutte le spiegazioni qui: http://machedavvero.blogspot.com/p/14-dicembre-leaveamessage.html

 





Apologia dell’indecisione

7 12 2011

L’indecisione: una malattia? Chi la conosce sa quanto questo sentimento possa imbavagliare e frenare i migliori propositi, rimandando costantemente le scelte importanti e condannando la persona dubbiosa a un precariato emotivo spesso duraturo. 

Stare nell’incertezza logora i nervi, è vero: eppure credo sia la una vocazione. La mia, quantomeno. Non sono assolutamente intenzionata a diventare determinata nel perseguire le mie scelte. Preferisco essere costantemente aperta alle novità, ai cambiamenti di opinione, agli imprevisti e alle sorprese. Se all’improvviso smettessi di considerare tutti i pro e i contro e scegliessi d’istinto probabilmente sarei più serena e meno isterica. Le certezze fanno bene al cuore, fanno sentire al sicuro e annientano la paura di sbagliare. Credo però che rinunciare all’indecisione rischi di far perdere di vista qualcosa di epocale. Quasi sempre ciò che è davvero importante non è una scelta: spesso crediamo di desiderare qualcosa, poi mentre cerchiamo di realizzare i nostri obiettivi ci imbattiamo in qualcos’altro che scopriamo essere il nostro destino. O almeno, per me è sempre stato così. Le parti migliori della mia vita mi sono capitate per caso e sono frutto di inconsapevoli curiosità. 

Mi chiedono spesso perchè non prendo delle decisioni nette. Ho sempre pensato di essere biologicamente incapace a decidere: mi perdo nel considerare tutti gli aspetti di ogni alternativa e non riesco a rifiutare nettamente nessuna posizione. Riflettendoci meglio, però, la mia è proprio una scelta consapevole. Io NON VOGLIO scelte nette. Lascio che la vita faccia il suo corso attraversandola tutta con le mie contraddizioni permanenti perchè non penso tocchi a me decidere. Sono una fatalista, sì. Credo sia il solo modo di lasciare la porta aperta agli accadimenti casuali.

Non penso sia un caso, il fatto che molte religioni parlano di karma, provvidenza, destino, caso. In particolare la religione in cui credo ci chiede di affidarci al progetto che Dio ha per noi. E’ anche vero che il cristianesimo enfatizza molto la questione del libero arbitrio: è il singolo a decidere se vuole salvarsi o andare all’Inferno, Dio lascia l’uomo libero di autodeterminarsi. Credo però che questo non significhi avere la presunzione di scegliere da soli la nostra strada, ma anzi, che sia tutto il contrario. Siamo liberi di scegliere se fidarci di quello che è scritto per noi, lasciandoci guidare lungo il nostro personale cammino di salvezza, o se fare tutto da soli, con la presunzione tipica di crede di potersi costruire la vita che meglio crede con le sole proprie forze.  Ecco, io questo lo rifiuto categoricamente. E pazienza se i tempi della vita sono lunghi: il mio unico impegno è quello di interiorizzare e razionalizzare quello che mi circonda per capire da che parte andare.

C’è chi capisce al volo, io non sono tra quelli: ci metto anni, mesi, settimane a prendere una strada. Ho una passione smodata per i bivii, adoro la sensazione di avere più opzioni disponibili. Mi lascio guidare.  Non sono coraggiosa, probabilmente, ma è la vita che mi sono scelta e non la cambierò. 





Gli amori migliori

21 11 2011

Gli amori migliori restano nell’aria

avvolgenti profumi di cristalli iridescenti.

Colmano i piccoli momenti di vuoto in una giornata qualsiasi:

i quattropassi verso la fermata del pullman sono costeggiati di quel che poteva essere,

quel che sarebbe è la colonna sonora di un caffè alle macchinette guardando nella tromba delle scale,

una sciarpa calda avvolge i ricordi soffusi e un tè bollente riscalda le intenzioni future.

 

Gli amori migliori non esistono, non si scontrano con la frustrazione e le meschinità del reale: sono soltanto innocue fantasie di cui bardarsi ogni volta che lo si desideri, quando fuori è troppo grigio e c’è bisogno di quella spinta verso l’infinito.

Come romanzi che si rileggono ogni tanto, così sono gli amori migliori, pronti all’uso per mescolarsi con stralci di vita vera e dare alle azioni più banali quel sapore inspiegabile di poesia. Quegli amori non feriscono, non fanno vittime collaterali, non sanno cosa sia la gelosia, sono esclusivi anche se sono infedeli, sono utopie irrealizzabili e proprio per questo sono così cari, ce li culliamo al petto come se fossero bambini e non ci stacchiamo mai. Forse non sono veri amori, proprio perchè esistono soltanto nell’anima e non possono fare male: ma non credo di voler rinunciare, ecco.





Barriere

14 11 2011

 

  • Lenny Kravitz che rockeggia fuori tempo massimo su un CD anni ’70 che però ha il difetto di essere uscito poche settimane fa.
  • Tanto trucco, troppo trucco, persino per andare a buttare la spazzatura.
  • Ballare in macchina per scacciare ogni inquietudine dalla pelle.
  • Ridere di te stessa.
  • Non rispondere al telefono quando temi che la chiamata potrebbe alterare i tuoi precari equilibri emotivi.
  • Non rispondere al telefono perchè non sai se stasera sarai in grado di uscire dalle mura di cartone in cui ti sei rinchiusa.
  • Sprecare un numero considerevole di ore a cantare canzoni che non piacerebbero a nessuno con il piglio di una Carla Bruni e un dodicesimo del suo sex appeal.
  • Comprare un push up che non indosserai mai.
  • Interrompere tutti mentre stanno parlando.
  • Smettere di ascoltare la gente per focalizzarsi su un insignificante vecchietto seduto all’angolo della strada.
  • Comprare delle orecchie di pelo rosso luccicanti per fingere una sicurezza che non ci sarà mai.

Non è anticonformismo, è una fottuta paura di qualunque cosa.

 





Happy birthday, baby

8 11 2011

Oggi è un giorno speciale: la mia canzone preferita compie 40 anni. Esattamente 40 anni fa usciva Led Zeppelin IV, un album senza nome e senza difetti. Non so cosa mi spinga a raccontarvi il mio amore per questa canzone. Potrebbe centrare il fatto che sto studiando amministrativo II, una delle materie meno stimolanti che conosca (nonostante l’esame sia domani). In ogni caso, ecco la storia.

Ci siamo conosciute per caso. Era il mio primo anno al Cavour, un liceo classico,: un ambiente stimolante, pieno di ragazzi intelligenti con Internazionale sotto il braccio e una gonna hippie colorata dentro cui svolazzare. Adesso il Cavour è molto cambiato, ma quando ci arrivai io (e stiamo parlando di nove anni fa) era un posto pieno di alternativi e rockettari. La mia scuola media di periferia era un covo di tamarretti in fissa con Gigi D’agostino, un posto dove non mi sono mai sentita pienamente a mio agio. Non che le persone fossero cattive: forse è un’età strana, quella che va dagli undici ai quattordic’anni, e il fatto di affrontarla in un corpo di un metro e ottanta centimetri e di amare la lettura di sicuro non contribuisce a rendere le cose più facili. Il Cavour per me ha rappresentato una fuga da Alcatraz. In terza media guardavo con amore i pullman diretti verso il centro, sognando la mia fuga da un quartiere che ancora oggi mi sta stretto come una 42. Dev’essere per questo che l’ho tanto amato, il mio liceo, nonostante fosse rigido, nonostante la mole di lavoro, nonostante il peso delle richieste di professori esigenti e inquadrati. In ogni caso i primi due anni (quarta e quinta ginnasio) sono stati alquanto spensierati: non c’era ancora nessuna Dogliani a pretendere una qualità alta, bastava poco per tenersi a galla e magari anche per brillare, potevo uscire quasi ogni pomeriggio e c’era il tempo di fare moltissime cose, oltre allo studio.

Torniamo a Stairway to heaven. L’ho conosciuta durante un laboratorio autogestito. La mia prima autogestione: un momento che mi ha cambiato profondamente, incidendo molto sul determinare la mia personalità. Per la prima volta avevo l’occasione di ascoltare cosa potevano insegnarmi altri ragazzi: benchè avessero solo tre o quattro anni in più di me, mi sembravano grandissimi e mi intimoriva quasi l’idea di avere un confronto diretto con loro. Non parlai molto, nel corso di quell’autogestione, per lo più mi limitai a seguire i laboratori proposti restando tutto il tempo con le mie amiche. Finimmo in un’aula al piano terra, una mattina: il tema era la storia del rock. Tre ragazzi di terza liceo (che è la quinta nei posti normali) ci raccontavano come nacque questo genere musicale, facendoci ascoltare spezzoni di brani molto significativi con uno stereo. L’argomento era interessantissimo, la musica mi piacque molto, da subito. Non ero completamente a digiuno di rock. Mio padre è un chitarrista, ogni viaggio in macchina della mia vita l’ho affrontato ascoltando una musicassetta con il meglio dei Beatles, quando avevo 7 anni ogni giorno guardavamo almeno cinque minuti dei Blues Brothers e conoscevo già Californication. Ero piena di semi che dovevano ancora germogliare: quel laboratorio di due ore scarse fu il concime di cui avevo bisogno. Perchè non si tratta semplicemente di un genere musicale, è sentire una forza in grado di trascinarti ovunque, è passione, emozione, sentimento, energia. Non si può spiegare a chi non lo prova, si può solo sentire tutto questo e guardarsi con entusiasmo, come accadde a me e alla mia amica Ambra quella mattina. Eravamo entusiaste di fronte alla nostra nuova scoperta. Ma non è abbastanza.

 Innamorarsi è una cosa dolorosa, inconsapevole, ti coglie di sorpresa e ti lascia per terra incantato e incredulo. Stairway to heaven fu così: il ragazzo che stava parlando ci chiese di fare silenzio perchè stava per passare una canzone importante, ascoltate bene, disse. Un certo silenzio scese nell’aula, manco fossimo a lezione per davvero. Quando partì quel flauto tutto sembrava, tranne rock. Non assomigliava a nessuna delle canzoni ascoltate poco prima, era magica. Chiusi gli occhi. Immagini dai colori freddi e luccicanti mi si presentarono alla mente, sono una fottuta sognatrice facilmente suggestionabile. La voce di Robert Plant mi prese per mano e mi accompagnò leggera al rullare della batteria, quando Jimmy Page iniziò il suo assolo ero già persa, completamente, era la cosa migliore che avessi mai ascoltato nei miei miseri quindici anni di vita, una specie di apparizione. Quell’assolo mi mise voglia di fare l’amore con chiunque passasse, di correre, di dipingere. La conclusione di una cosa che era partita così dolce e sfumata si rivelò essere cazzuta e aggressiva. Quando lo stereo tacque, io e Ambra ci guardammo con uno sguardo un po’ sgranato, capendoci al volo.

Il giorno dopo mio padre mi procurò Led Zeppelin II, III e IV. Un suo collega scannerizzò le copertine dei vinili originali, erano magnifiche, davano ai miei cd masterizzati un’aria molto hippie. Per circa un anno, quasi ogni mattina affrontavo la mia ora di pullman fino a scuola ascoltando hard rock anni ’70. Nessuna canzone eguagliò mai Stairway to heaven, però. E’ la colonna sonora di tutte le cose più importanti della mia vita, da ascoltare mentre il mio 11 fedele mi trasporta verso la civiltà. La ascolto prima di ogni appuntamento importante, dopo ogni sconfitta, tutte le volte che devo prendere una decisione e non riesco a farlo. Quando me la suonano in sala prove divento terribilmente io, qualcuno me l’ha suonata persino al telefono marchiandomi a fuoco. L’ho ballata per tre ore quando è morta la mia bisnonna, sono sicura che piacerebbe anche a lei. L’ho messa in loop mentre piangevo via i miei sbagli, in una macchina parcheggiata sotto un ponte sulla tangenziale, sentendomi assolutamente sbagliata e aggrappata a ogni arpeggio per non scomparire. Detesto qualsiasi rumore, mentre ascolto Stairway to heaven, voglio solo bermela come una droga liquida che va gustata fino in fondo, potrei uccidere chi mi interrompe e raramente tollero la compagnia di qualcuno sugli urli finali. E’ proprio una scala, che trascina in paradiso senza che tu te ne renda conto, arrivi alla fine e sei seduta in braccio a un Dio che somiglia a David Bowie pronto a ridere delle tue miserabili vaghezze retoriche. Voglio questa al mio funerale, anche il giorno del mio matrimonio, questa è la mia canzone. Una canzone da sessantenni, perchè è uscita nel 1971.

Buon compleanno, luce del mio cuore.








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