Libertà

25 06 2015

Il vero amore si manifesta nei piccoli dettagli.

Io ho sempre amato il make-up, l’idea di poter definire la mia identità, disegnando io stessa i contorni del mio viso. Credo che il trucco sia anche una barriera protettiva per decidere ogni mattina chi sei, e come vuoi che ti vedano gli altri.
Poi però viene un giorno in cui appena alzata ti guardi allo specchio, metti una crema idratante leggera, fai un bel sorriso e decidi che ti piaci esattamente così come sei. Che è questo viso, quello che vuoi mostrare agli altri, per come è davvero. Senza ritocchi.
Mi amo. Ed è anche grazie all’amore di un uomo con cui litigo in continuazione. Un uomo che mi costringe ogni giorno a dirgli ciò che provo, uno che non si accontenta dei miei “Niente”. Uno che mi leva ogni maschera, che mi ama per quello che c’è sotto al mascara. Uno che mi ama con tutti i miei difetti, che mi sprona a crescere per superare i miei limiti, che si incazza quando non mi impegno al massimo nelle cose. Uno che a volte lo prenderei a sberle per quanto è pignolo e scassapalle, però mi ama per come sono e per come voglio essere, perché sono io e non un’altra.

Ecco, credo di aver trovato la risposta da dare quando mi chiedono “Perchè è quello giusto?”.
E’ quello giusto perché sto talmente bene nella mia pelle che al mattino non ho più voglia di truccarmi.
Chissà, forse è questo, il metro di valutazione da tenere in conto per capire se si sta davvero bene in una relazione.
Non tanto quanto ci ama l’altro: non possiamo saperlo. Ciascuno prova emozioni diverse, supporre di conoscere il cuore di qualcun altro è presunzione.
Forse nemmeno quanto lo amiamo noi: è così difficile valutare ciò che si prova per qualcuno, ripulirlo dall’egoismo, dal bisogno di avere quella persona al proprio fianco, da quei sentimenti che si sovrappongono all’amore che proviamo.

Credo di poter far ricorso a parametri più oggettivi e semplici da misurare: ad esempio la quantità di ombretti che mi servono per piacermi, il numero di cosmetici di cui ho bisogno per affrontare la giornata. Ho la fortuna di vivere un amore nel quale se metto tre ombretti diversi sulle mie palpebre è solo perché ho voglia di giocare, come quando da piccola mettevo lo smalto alle Barbie delle mie amiche. Non perché debba convincermi ad essere qualcosa o qualcuno. Posso affrontare la giornata esattamente così come sono, struccata.

Forse il mio discorso è banale. E’ che in passato mi è capitato spesso di essere preda di dubbi. Quante volte ci ritroviamo invischiate in relazioni nelle quali pretendiamo dall’altro cose che non può darci?  Quanto spesso ci struggiamo chiedendoci se è quello giusto?
A me è capitato più volte. E mi son sempre sforzata di analizzare la situazione nel suo complesso. Ho cercato di riflettere chiedendomi cose tipo “cosa provo per lui”,  “quanto mi ama”, “cosa prova per me”…
In genere queste riflessioni si sono concluse con una decisione che ha di fatto prolungato l’agonia.
C’è un tratto in comune tra tutte le mie storie sbagliate, tuttavia: al mattino mi svegliavo, mi guardavo allo specchio e dovevo prendere il mascara e il fard per disegnarmi addosso una sicurezza in me stessa e una serenità che non partivano da dentro.
L’idea di andare in giro struccata mi faceva così orrore che ricordo di essermi truccata anche sull’ambulanza diretta al pronto soccorso. E in effetti il trucco, per me, è stato raramente un puro piacere. Molto più spesso è stato la costruzione di un’armatura con cui andare incontro agli altri forte, splendente nelle mie sicurezze.

Continuo ad aver bisogno di questa armatura, certo. Ma sempre più raramente.
E questo non solo perché mi sento parte di una squadra, nella quale se cado troverò un braccio più forte del mio a cui aggrapparmi.
E’ soprattutto perché sento di essere forte così come sono, senza dover dimostrare niente a nessuno, con la mia cellulite sulle cosce e il mio carattere permaloso pieno di spigoli. E, nel mio caso, l’amore che ricevo ogni giorno gioca un ruolo determinante. Lui mi ama sempre: nuda e vestita, nervosa e tranquilla. Mi ama quando lo deludo, mi sprona quando crollo. Riesce a farmi sentire amata anche quando ogni mia distrazione sembra irritarlo. E se lui riesce ad amarmi così, perché non dovrei riuscirci io stessa?

Oggi dopo anni ho realizzato che il mio personale parametro per capire se ne vale la pena è soltanto uno: la qualità del mio benessere.

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Si è; o non si è.

22 05 2015

Avrai capito – o forse no, può esser presunzione questa mia pretesa d’averti trasmesso qualcosa, qualcosa più di un discorso convincente: un segno, che sveli un significato ulteriore, una guida per il tuo intuito col quale appropriarti di certe mie ragioni nascoste.

Avrai capito, adesso, mentre grandina un tramonto casuale nelle nostre esitazioni celate dalla libidine

e tu mi racconti che sarà tutto diverso questa volta che lo senti anche tu lo stesso canto che anima i miei giorni.

Avrò capito il tuo sguardo salato di ieri, di domani? Sarò stata capace di amarti per le inquadrature spontanee, per la tua scelta di metterle in fila secondo certi schemi?

E’ tutto un equivoco, l’odio, l’amore ci si abbandona per divergenze stilistiche – ma lascia che la mia voce ti innamori ancora, non dire niente mentre i fenicotteri si appoggiano alle nostre miserie e ridi nelle mie guance nelle insicurezze del mio cuore;

parlami del vento e lascia che la trama si sveli pian piano,

e il nostro amore sia sapiente montaggio, sappia amalgamare le scene fino a farne un’opera compiuta, poiché questo è l’amore : sapersi raccontare la storia che dia un senso ad ogni quadro –

ti ascolto, raccontami questa storia, lascia che spiova, piano, un poco alla volta.





Struccami

28 11 2014

E Luce sia
nelle pieghe del tempo e dentro al calore dei tuoi sospiri
così
come nelle incomprensioni sospese nel vento
e nei tuoi passi lontani
e negli echi delle mie urla lasciati sul fondo dello stomaco.

E Luce sia

nei torti subiti
trasfigurati in un inno di lode che saprà farsi riso
pascendo bocche esuli finalmente giunte in porto.

Che Luce sia nei tuoi occhi:
si riveli saggezza ogni colpo, ogni rabbia ti insegni il perdono;

del dolore saprai farne un miele
dolcezza dei giorni
e non avrai nemici o rivali, mai
ed ogni cosa sarà in pace
poiché l’avrai attraversata col rigore di un loden
nuda, senza più il mascara,
nuda, senza più timori,
disarmata con la forza di chi sa affrontare la vita a mani nude,
mani di carezze, prese e sorrisi.

E Luce sia negli scantinati della mia memoria ligia al dovere
e nei miei sogni frenetici,
che Luce sia tra le pentole e le tende, dentro ai cassetti, nel mio cuore.

Non c’è più il trucco.





Nelle giornate di sole, nelle notizie migliori, nei successi e nelle gioie

22 10 2014

La nostra condanna non ha scadenze
ergastolo di rosa e gelsomino.
Per tutta la vita avremo lacrime da intrecciare ai sorrisi,
come Penelope tesseremo l’incanto, la meraviglia e la nostalgia
fili di trama impalpabile
tra la città e l’aria tersa del cielo.

La nostra condanna fa più male d’autunno
in corso Vittorio
dentro a un’ora di fresco,
nelle tue scarpe larghe danzano le mie caviglie
una polka di sospiri.

La nostra condanna è figlia della luce
brilla danzatrice
nel sole di ciascun singolo sorriso dei nostri

– quei sorrisi che non sai spiegarli, quando te ne chiedono il conto,
così luminosi che quasi danno noia,
quei sorrisi che sempre più spesso metto in freezer
in attesa del nostro incontro –

ed è lenta a scontarsi, come tutta una vita
la nostra condanna va pagata tutta, pazientemente

a testa alta;

la nostra condanna è la più dolce del mondo,
è la gioia di vivere:
senza poterne condividere con te.





Canzone del fuoco e delle polveri

15 09 2014

Briciole oniriche dalla consistenza lieve
in esplosione, quali pigmenti traslucidi:
fuochi d’artificio ridotti al fiorire di rossori
soffocano invisibili sotto al velo della pelle
in questi zigomi morbidi;

e tu sei il sale azzurro negli intervalli delle dita
e il plumbeo mal di stomaco che sfuma all’arancione
incostante tepore di focolare abbandonato.

Io sono la legna, e anche la cenere:
a manciate, vaganti e lievi accenni di nuvola
disperse lungo rotte insanguinate profumate come gigli,
e mucchi di sorrisi passati, a montagnole,
educatamente impilati in attesa di chi sappia che farsene.

Io sono la cenere, sono anche la legna che arde furiosa,
benzina di bile mutata in ambra con un gioco di prestigio,
legna fresca pulsante nei miei sussulti flebili,
legna ardente di futuri caldi
come quel fuoco – anelato, fisso nel mio guardare come un marchio –
io sono legna e brucio, ancora.

Verrà un tempo di tiepidi raccolti
di molli composizioni floreali adagiate nelle mie chiome felici
e saprai di me poiché sarò nella tua cenere
e ogni sole e ogni luna baceranno queste tempie di luce leggera.

 Nel camino sono cenere e legna insieme,
e pure la fiamma ribelle, nuda tra i giochi del fato,
sono io,
tremula eppure eretta, dritta a suo modo,
io con i miei passi incespicanti e le mie molte storte,
io impaziente sui miei tacchi senza grazia,
io sono questa fiamma
che saprà bruciare la propria cenere
e ardere di legna nuova.

Non il vento del tuo cuore sordo e incostante,
non il sapore del fiele nascosto nel tuo latte inacidito,
non l’invidia per la tua sorte di cuscini e seni abbondanti a cui attingere al primo gemito;
nulla scalfisca il mio crepitare
vitale, caldo,
come il fuoco sia puro ogni singolo No, ogni minimo accenno del capo.

Verrà un tempo di tiepidi raccolti
di molli composizioni floreali adagiate nelle mie chiome felici
e saprai di me poiché sarò nella tua cenere
e ogni sole e ogni luna baceranno queste tempie di luce leggera.





E adesso

12 08 2014

Le case erano spente
in quella sera rigata di luna
e tu,
pensando di farne un bel dono,
hai incartato un raggio di sole nella carta da forno
fino a sfinirmi di baci

nelle tue braccia erano morbide cascate di riso
e nella bocca erano lamponi e pesche

ma il sale nascosto nei miei lobi ribelli
non sfugge a un secondo ascolto
– attenzione ai bassi, architrave d’ogni pezzo.

Lascia che il silenzio mi scopra sola
nuda nelle pieghe dell’alba
a pregar lodi su di un rosario intarsiato

Lascia che il silenzio mi scopra ingenua
senza rancore
dimentica del tempo e delle passioni
senza rancore
né paura del freddo

Lascia che il silenzio mi trovi raccolta
in contemplazioni lievi
al tatto e alla vista tiepide di pudore
mie soltanto.

Saprò ricompensarti.





La mia immaginazione

2 03 2014

Ho fatto questo sogno
e gli uomini erano alberi
e gli alberi erano amache 
per le tristezze: le ho lasciate andare.
I sorrisi si stiravano come dopo l’inverno
alla fine del letargo – ogni cosa era oro e rosso

rosso nelle pieghe delle palpebre mobili
rosso sui miei polsi vagabondi
e rosso sui ciuffi d’erba scoperti dal sole;
rosso nelle vene del fiume
e nel verde tramonto di cartapesta.

Ho fatto questo sogno 
e il tuo cuore sapeva di cioccolata;

e c’erano semi di parole nel caffè
e lampi di rigore tra i girotondi e le danze.
Il mio gineceo splendeva ebbro e si stagliava contro il vetro
nudo nella sua bellezza
adorno di caprifogli

tu non riconoscevi il sapore delle mie tempie
e non avevi denti per aggrapparti alla mia bocca;
 una sera fredda danzava turchese
dietro alla tenda delle nostre risate
e non c’era altro da aggiungere
che non fossero lucciole e brividi.

Ho fatto questo sogno e mi ha svegliata la consapevolezza
della futilità del vento:
anche a scostarli i capelli ricadranno sulla mia piccola fronte, eterni;
anche a spazzarle, le paure sono nuvole erranti in cerca di casa,
uccelli migranti tra le due sponde del mio cielo.

 

E potresti ricalcare i tuoi stessi passi, non saresti il primo.
Avanti, verrò ad aprire. 
Non hai di che agitarti. Ho fatto un sogno 
e mi ha svegliata la consapevolezza
della grandiosità del vento
della meraviglia del tempo
che fa piovere le morse del cuore.

Piove nel fegato ed è di nuovo mascara
piove dal cuore della notte sulle espressioni del giorno
piove e sono le mie stesse ansie
disciolte, le mie stesse nervosi,
trasfigurate fino a nutrirmi.
La pelle non si mischia alle cose,
mi mantiene divisa, non ti inganni
la grana fine del bianco
il pulsare del sangue.
Da questo seno hai bevuto abbastanza. 

Il coraggio germoglia dai miei molti solchi
nella terra innaffiata dal sonno.
Ho fatto questo sogno e so bene che risponderti:
– Niente.