La mia immaginazione

2 03 2014

Ho fatto questo sogno
e gli uomini erano alberi
e gli alberi erano amache 
per le tristezze: le ho lasciate andare.
I sorrisi si stiravano come dopo l’inverno
alla fine del letargo – ogni cosa era oro e rosso

rosso nelle pieghe delle palpebre mobili
rosso sui miei polsi vagabondi
e rosso sui ciuffi d’erba scoperti dal sole;
rosso nelle vene del fiume
e nel verde tramonto di cartapesta.

Ho fatto questo sogno 
e il tuo cuore sapeva di cioccolata;

e c’erano semi di parole nel caffè
e lampi di rigore tra i girotondi e le danze.
Il mio gineceo splendeva ebbro e si stagliava contro il vetro
nudo nella sua bellezza
adorno di caprifogli

tu non riconoscevi il sapore delle mie tempie
e non avevi denti per aggrapparti alla mia bocca;
 una sera fredda danzava turchese
dietro alla tenda delle nostre risate
e non c’era altro da aggiungere
che non fossero lucciole e brividi.

Ho fatto questo sogno e mi ha svegliata la consapevolezza
della futilità del vento:
anche a scostarli i capelli ricadranno sulla mia piccola fronte, eterni;
anche a spazzarle, le paure sono nuvole erranti in cerca di casa,
uccelli migranti tra le due sponde del mio cielo.

 

E potresti ricalcare i tuoi stessi passi, non saresti il primo.
Avanti, verrò ad aprire. 
Non hai di che agitarti. Ho fatto un sogno 
e mi ha svegliata la consapevolezza
della grandiosità del vento
della meraviglia del tempo
che fa piovere le morse del cuore.

Piove nel fegato ed è di nuovo mascara
piove dal cuore della notte sulle espressioni del giorno
piove e sono le mie stesse ansie
disciolte, le mie stesse nervosi,
trasfigurate fino a nutrirmi.
La pelle non si mischia alle cose,
mi mantiene divisa, non ti inganni
la grana fine del bianco
il pulsare del sangue.
Da questo seno hai bevuto abbastanza. 

Il coraggio germoglia dai miei molti solchi
nella terra innaffiata dal sonno.
Ho fatto questo sogno e so bene che risponderti:
– Niente. 





Fase due

11 07 2013

– Corri ma rallenta
– Piangi ma non piangerti addosso
– Reagisci ma prenditi il tempo per piangere
– Riprenditi il tuo ruolo ma nel frattempo recitane altri sette
– Mostrati debole, quando lo sei, e chiedi aiuto, che così ti ripeteranno cosa puoi fare per diventare una persona migliore, sforzandoti più e meglio di così (tanto sei forte abbastanza per metterti in discussione su OGNI ambito della tua vita, esattamente ora, altrimenti perché avresti chiesto aiuto?)
– Prova a manifestare le tue emozioni senza essere sempre quella forte e razionale ma al tempo stesso sii padrona delle tue emozioni e domale perché sei l’unica in grado di controllarle, soprattutto adesso che le hai fatte emergere

“E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta.” (da Va’ dove ti porta il cuore, di Susanna Tamaro)

Me l’ha regalato quando ho compiuto diciott’anni. Mia madre aveva quasi sempre ragione, diamine. Basta parlare, è giunta l’ora di ascoltare. Me stessa, però.





Io ho paura

6 09 2012

Ebbene sì. Anche io. Una paura fottuta.
Tante persone, in questi mesi, mi hanno detto cose del tipo “Ma come fai ad avere quel sorriso stampato sulla faccia tutto il santo giorno? Sei fantastica” o anche “ti ammiro tantissimo”. Sono molto fortunata ad avere intorno qualcuno in grado di motivarmi, non fraintendetemi. Però dopo un po’ ho finito per crederci anche io. Al fatto di avere delle spalle larghe, di poter reggere qualunque pressione, di essere in grado di gestire la mia famiglia incasinata. Ho smesso di concedermi tutta una serie di vitali valvole di sfogo che sono diventate un lusso: la frustrazione, il pianto, la lamentela. Quei sorrisi pieni e reali si sono trasformati in pericolose armi di autodistruzione.
Non voglio affatto smettere di sorridere, di essere quella svampita ragazzina di quindici anni che quando la incontri per strada e le chiedi come sta ti risponderà con Ho scoperto i Foo Fighters, sono fantastici. Ho tutta l’intenzione di continuare a ridere con mia madre anche se potrebbero essere i suoi ultimi mesi di vita, sì, proprio a ridere. Userò tutte le mie energie per continuare a godermi il moto delle nuvole e la meraviglia del creato. Però credo sia arrivato il momento di ammettere la verità, con me stessa e con quei pochi che chissà per quale astrusa ragione capitano da queste parti: e cioè che sono forte ma ho anche paura.

Ho paura di perdermi per strada, di non avere il tempo di fare tutti i seminari/master/corsi di lingua/tirocini necessari per trovare il lavoro che credo di meritarmi. Ho paura di ritrovarmi a quarant’anni a rimpiangere di non aver scelto le cose giuste.
Ho paura di perdere mia madre, la sola persona al mondo in grado di emozionarmi con un unico sospiro. Sono terrorizzata all’idea di un mondo senza di lei, un intero vuotissimo susseguirsi di giorni in cui non ci sarà nessuna Thelma. Ho la nausea solo all’idea di tutte le torte di compleanno, laurea, cresima, battesimo e matrimonio che dovrò ingoiare in sua assenza, tutta quella disgustosa panna che non farà altro che farmi incazzare perchè non ci sarà lei a dividerla con me, ore e ore di lavoro di chissà quanti pasticceri totalmente sprecate.
Ho paura dei cani, odio tutti i cani, specialmente quelli piccoli che si infilano sotto la gonna o attentano alle tue autoreggenti.
Sono spaventatissima se penso che forse mi ritroverò a fare da madre a mio fratello, al suo carattere così complicato e ai suoi momenti di buio completo.
Ho paura di non essere all’altezza della gestione della mia famiglia di origine, ma soprattutto ho paura di non riuscire a costruirmi una mia famiglia che sia davvero mia, impegnata come sono a lavorare su quella che ho già.
Ho paura di non trovare un uomo che sappia capire le mie stranezze e i miei pesi, temo moltissimo l’idea di una vita senza guide.
Ho paura di non riuscire più a farmi voler bene dalle persone, perchè non sopporto nessun discorso: mi viene l’orticaria solo a sentire qualcuno che si lamenta per il troppo studio, o per il troppo lavoro. Ho paura di diventare insensibile ai problemi degli altri, concentrata come sono sui miei.
Ho gli attacchi di panico quando devo attaccare la lavatrice dei delicati, ho sempre paura che si ritiri qualcosa. 
Ho paura di essere accolta solo per pena, perchè non appena qualcuno mi chiede come sto mi tocca parlare delle farfalle o scodellare una montagna di casini in faccia al mio prossimo che magari, il sabato sera, ha altri piani.
Ho paura di non essere più abbastanza forte da riuscire a boicottare la Nutella e la P&G, ho paura di farmi fagocitare da questo sistema capitalistico malato e perverso. 
Ho paura di essere diventata una di quelle rompipalle impegnative incapaci di emozionare qualcuno. Provo schifo di fronte agli sprechi di tempo, invidia per tutte le foto di viaggi che non ho tempo di fare, rabbia quando la mia famiglia piange e io devo sempre costantemente sorridere senza nessun abbraccio in cui ficcare la testa. Sono incazzata la gran parte del tempo e ho il terrore, davvero, di trasformarmi in una di quelle zitelle acide isteriche che si vedono sempre nei film.
Ho paura che a nessuno vadano a genio le mie cosce, così diverse da quelle di Gisele Bundchen.
Ho paura dei piccioni, e delle grate, e dei rapporti occasionali.
Ho paura di non essere più capace di riaccordare la chitarra, tutte le volte che si scorda.
Sono terrorizzata all’idea delle elezioni del 2013 perchè non so chi diavolo potrei votare. Ho paura di deludere le aspettative, ogni volta che faccio qualcosa.
Ho paura di dare certi abbracci, di dire certi NO, di giocare certi schemi, di sbagliare certe scelte.

Ho un sacco di paure. E’ vero. Ma ho smesso di avere paura degli aghi, perchè ho scoperto che per fare delle iniezioni decenti è sufficiente esercitarsi un po’ con un’arancia e restare concentrata.
Non ho più paura degli ospedali, anzi, sono diventati la mia aula studio preferita.
Alla fine anche le grate non sono poi così male, se chiacchieri con qualcuno mentre ci cammini sopra puoi anche dimenticarti delle vertigini.
Cucinare è una specie di passatempo, credevo di non essere biologicamente in grado di farlo e invece ho smesso di bruciare sughi, torturare arrosti e sperperare dadi granulari.
L’idea di camminare con le mie gambe mi spaventa ma mi eccita, perchè so che qualsiasi cosa mi riservi il destino ho l’opportunità di essere me stessa, isterica, lunatica, esagerata e timida insieme. E vaffanculo, sono sicura che renderò mia madre orgogliosa del lavoro che ha fatto con me tutte quelle ore sul divano, che sia qui o in cielo con David Bowie.
Sono galvanizzata all’idea di preparare gli ultimi sette esami in una condizione di stress notevole e con un sacco di altri impegni collaterali. Sì, ok, forse non avrò la media del trenta, non farò eccitanti master all’estero: però  ho ancora la media del 28,5 preparando gli esami di notte, senza annoiare il mio prossimo con troppe lamentele su cose tipo i vicini che fanno casino, senza lagnarmi di quanta fatica c’è, consapevole della fortuna che ho a poterlo fare ancora e piena di passione. Scusate se è poco.
Provo la stessa entusiasmante sensazione fisica di potenza che può provare una donna in carriera. Perchè è questo che sono al momento. Una donna in carriera. Alla ricerca di uno spazio lavorativo appagante che però non le impedisca di essere presente nella vita della sua famiglia. E vi garantisco che magari non c’è tutto l’alcol che può esserci in una notte di Erasmus, ma è eccitante, istruttivo, arricchente.
Ho paura di perdere tutti ma quelli importanti sono rimasti. Senza tante domande. Sono ancora circondata da angeli in grado di trasmettermi qualcosa, da gente con cui rockeggiare in giro per la città. C’è ancora qualcuno a cui vado bene con i miei limiti e i miei difetti, Dio ti ringrazio.
Non è vero che non so riaccordare la chitarra, riesco persino a cambiare le corde da sola. E’ solo questione di perseveranza.
Probabilmente avrò sempre qualche problema, con la Nutella, per quanto mi renda conto che boicottarla gioverebbe non solo alla società, ma anche ai miei fianchi. Ma io amo i miei fianchi, sono larghi e accoglienti, ti ci puoi aggrappare con tutta la forza del mondo. E Gisele Bundchen, ve lo dico io, neanche sa scopare come si deve.

Ho paura di non farcela ma alla fine ce la faccio sempre, perchè ho ancora quel cazzo di dannato sorriso, e non me lo lascerò togliere da nessuna delle mie paure. E lo so che magari non gliene frega niente a nessuno, ma un blog serve ad autolegittimarsi e oggi pomeriggio ne avevo dannatamente bisogno.
Have a nice day.





Minacce

27 01 2012

Stamattina ero in sala d’attesa. In ospedale. Una vecchia piangeva a voce alta: – Santu Rocco meu, uh, Santu Rocco meu! 

Dall’altro lato della stanza, due magrebini in coppia sciorinavano litanie sottovoce. Io leggevo Baricco svuotata di senso. Non sapevo chi o cosa pregare. David Bowie non lo sentivo.
A un certo punto sono andata dalla vecchia e le ho regalato un’immaginetta di Santa Lucia che mi portavo dietro da tanto tempo. Mi pareva di abbracciare la mia bisnonna: anche lei chiamava giù tutto il paradiso stringendo in mano i santini ( o anche le figurine  Panini o le carte dei Pokemon, quando ha smesso di vedere).  Questa vecchina però non era bianca come la mia bisnonna, e non aveva la sua stessa pelle liscia. Eppure era proprio nonna Rosina mentre le mettevo quel fogliettino di carta tra le dita: – Chi è?

– E’ Santa Lucia.

Uh, Santa Lucia, la più bella di tutte, Santa Lucia! E me la lasci?

– Ma certo che gliela lascio.

– Grazie, sono contenta, uh, Santa Lucia!

L’ho abbracciata e le ho detto di star tranquilla che andrà tutto bene. Lei ha semplicemente cambiato litania: – Oh Santa Lucia, Santa Lucia bella! Oh, la più bella, la più bella di tutte, Santa Lucia! – dopo un po’ l’hanno spostata in un altro reparto.

Niente logora come attendere una brutta notizia. Di colpo ho paura di perdere tutte le cose scontate di cui mi sono lamentata finora. Ho paura. Una fottuta paura che succeda a noi, alla mia famiglia che mi è sempre sembrata eterna e invincibile. Combatterei, se sapessi cos’è. E invece i giorni scorrono come le perle di quel rosario algerino della ragazza di fronte a me, inutilmente uguali davanti a un Dio che non sai se sente o no. Le diagnosi si sovrappongono come tratti disordinati su un dipinto cubista. Certe ore speri. Altre disperi e inizi a pensare cose orrende come “I matrimoni mi fanno già abbastanza schifo così, senza di lei sarà del tutto privo di senso sposarmi” o “Alla mia laurea voglio che lei sia in prima fila con la matita sulla bocca” o anche “Non è riuscita a insegnarmi a cucinare”. Poi finisci su Internet a cercare diagnosi alternative che definiscano quel grumo di cellule in un modo diverso da quello che temi: potrebbe essere una pseudociste determinata da una pancreatite acuta e posizionata in un posto particolare. Potrebbe benissimo essere una malformazione genetica. E poi certo, forse è un tumore (probabilmente benigno o ai primissimi stadi, viste le analisi del sangue degne di una salutista vegana). E’ soltanto un’ipotesi. Una contro tre. Ci sono due probabilità su tre che non lo sia. E se anche lo fosse, la medicina ha fatto progressi notevoli negli ultimi tre anni, i tumori al pancreas si curano, ci sono pazienti che vivono senza pancreas prendendo ormoni come si fa con una tiroide pigra. 

Ascolta, David Bowie, prenditi quello che vuoi ma lasciami la mia Marilyn. Abbiamo ancora così tante Colazioni da Tiffany da vedere. Non conosce i suoi nipotini perchè non li ho ancora neanche pensati. So già con precisione come organizzarle la festa per i cinquant’anni. Ha i migliori capelli del mondo che neanche Marilyn, non lasciarli cadere.





Metamorfosi

22 06 2011

 

La voce di Freddy Mercury è l’unica cosa che riesce a smascherarmi. Quando un amore diventa pensiero astratto e vago, come un metafora nascosta da qualche parte negli occhi, sempre meno visibile e distinguibile, finisce che diventa parte della tua natura, della tua identità. Finisce che smette di essere un sentimento autonomo e si fonde con l’essenza più personale di chi lo prova. Se mi chiedessero: “Cosa ti distingue dal resto del mondo? Chi sei?” potrei rispondere che studio Giurisprudenza, che ho 22 anni, che ho la pelle sempre chiara e piena di graffi o che adoro Colazione da Tiffany. Ma sono tutte cose comuni a qualcun altro. Solo i sentimenti sono qualcosa di davvero nostro, di unico e irripetibile. Quindi siamo ciò che proviamo. Quindi sono questo intreccio contrastante di pulsioni e tensioni, e sono anche quell’amore psichico e idealizzato che lentamente scompare in mezzo a un mare di realtà concreta.

Il resto è noia.





Essenzialmente (o delle droghe pesanti)

13 12 2010

Avere un esame e perdersi perchè con la mia droga ho smesso. Mi sto disintossicando ma alle volte urlo e piango, sono crisi d’astinenza passeggere e devo resistere. Ricordarsi il profumo degli avverbi e scrivere monologhi insensati pieni di “essenzialmente”, “erroneamente”, “fondamentalmente”, soprattutto pieni di fumo e di “probabilmente” con cui pararsi il culo per scaricare la responsabilità delle decisioni sul solito alibi – “non ne sono sicura, forse”. Devo darci un taglio con gli avverbi, con i capelli. E anche con le flagellazioni periodiche e con le scuse ridicole.



La voglia di spaccarmi la vita in mille pezzi e di cambiare ogni cosa. Il terrore. I treni. Quegli occhi azzurri che mi uccidono tutti i fremiti ribelli e mi rendono docile e mansueta. Cercare un’anima che si è persa strada facendo. Promesse che non riesco a vedere concretizzate. Un campo di grano immenso contro Soho. Tu che sei l’ultima vigna rimasta a Parigi, io che sono Pigalle. Il fremere della voce sgangherata di un cantante proibito. Sgt. Pepper’s (e chi cazzo è Mick Jagger?), alla fine torno sempre a riascoltare Sgt. Pepper’s perchè è davvero un signor album, non c’è una sola traccia che mi innervosisca e lo ascolto tutto in fila.



Ma tanto ho sempre e ancora sete, non importa cosa mi fai bere. 





To be wrong.

16 11 2010

Bagnami. Piovimi addosso cruda come sai essere; pioggia. Impadronisciti dei miei pensieri e lavali via. Mordimi i meriti liquida a corrodermi; pioggia. Frusta, frusta. Frustami le guance con quel vento freddo che arrovescia gli ombrelli, che succhia linfa dal collo e alla fine mi ride in faccia. Misera come non dimenticherò più di essere, sbagliata come solo una donna sente di poter diventare, assassina dei pensieri proibiti, musa ispiratrice delle cattiverie della gente e scarmigliata, scompigliata, bagnata fradicia dalle radici alle punte – dei piedi, dei capelli, ma che importanza può avere.

Col tempo impari a mettere lo smalto scuro. Sorridi leggera al fianco delle tue sorelle, donne come te, simili e opposte in una sola passata di mascara. Ti senti piena di vita e di sorrisi quando pensi che c’è una parte sana nel paese, vitale di università vissuta  come hai sempre sognato.

Ci metti secoli ad imparare la felicità, e quando arriva di colpo il vento il grigio il freddo la pioggia le mani rosse come scottate da tanta cattiveria. Nei fiumiciattoli che scorrono sull’asfalto della mia Torino di errori mi viene voglia solo di truccarmi di verde.





Esci di casa ed entra nel mondo

30 09 2010

 

Non so più camminare con le ballerine, ammettiamolo. Erano il mio segno distintivo e adesso sembrano le scarpe larghe di mia madre, mentre scivolo giù per via Milano. Mi sono innamorata dei tacchi o sono loro che si sono innamorati di me?

Ho sempre amato quella viuzza stretta che collega piazza Palazzo di Città con piazza Castello: è come una sorella gemella di via Garibaldi, ma le scorre accanto senza negozi, senza viavai, senza vasche. E’ una strada così insignificante che non ne conosco neppure il nome. Austera, con piccoli portici semideserti occupati dalle vetrine di negozi morti e polverosi, a un certo punto ti regala i gradini di una chiesa e una salvifica fontana, una preziosa superstite del massacro di acqua pubblica subito dal centro negli ultimi anni. Non è una fontana di quelle a forma di toro, ogni volta mentre bevo finisco per inzaccherarmi un poco, ma è già qualcosa. I piccioni mi razzolano intorno alle caviglie, forse divertiti dal mio terrore: decido di non bere più. L’odore dolciastro del ristorante libanese mi schiaffeggia, e per reprimere un conato di vomito mi affretto con un passo ancor più ridicolo di quanto non fosse finora. I portici sono finiti, ora ci sono solo vetrine colorate di chincaglierie più o meno costose. Mi specchio per abitudine, gli occhiali scuri sembrano fuoristagione ma non penso di poterne fare a meno, non adesso. Sono arrivata al punto in cui via XX settembre taglia vivace l’isolamento della mia stradina, vorace di vita con i suoi pullman e tram. L’11 è alla fermata, immancabilmente presente ogni volta che non serve, e gli sorrido attraversando di corsa, pronta a gettarmi in una nuova nauseante nuvola invisibile, questa volta è il kebab. Il turco che sta sulla porta mi squadra diffidente, poi si sbilancia in un sorriso straniero e mi biascica qualcosa, forse un invito a entrare o forse qualcos’altro, mi sono sempre chiesta se il fatto di piacere agli arabi dipenda dai fianchi o dall’altezza, i canoni di bellezza variano a seconda delle culture, si sa, ma che io sappia nel Maghreb vanno forte le bionde, la Turchia non c’entra niente con gli arabi, quanti orecchini appesi ai pannelli di legno del negozio successivo, nessuno che mi piaccia sono tutti troppo…cosa? Troppo cosa? Non saprei dirlo, forse troppo allegri per la mia pelle smorta, anch’io sono vecchia mentre cammino per questa stradina dimenticata, a volte mi par quasi di vivere come lei, dimenticata e inutile proprio come lei, eppure congiunta alle arterie della vita, solo incapace di succhiarne il midollo, ecco, come le farfalle, a volte mi pare di riuscire solo a toccare e non a prendere.

Ma poi sei tu, madre, ad accogliermi. Piazza Castello, casa in cui crescere a quattordic’anni, quando il bene ti sembra la sola strada su cui potrai mai muoverti, quando pensi di meritare ciò che hai. Piazza Castello dove urlare il tuo dissenso alla fine di una manifestazione con i capelli impregnati dell’odore dell’erba. Piazza Castello dove attendere l’arrivo di chiunque, Piazza Castello per innamorarsi dei palazzi ogni volta, Piazza Castello da sfidare con la pioggia giocando con le pozzanghere. Madre di vita in cui leggere i giornali di nascosto all’edicolante, padrona di panchine su cui consumare gli appuntamenti inutilizzabili. Luce mia quando c’è il sole, dimora delle stelle in cui ballare ubriaca il sabato sera, fisarmonica della mattina su cui suonare i valzer malinconici di una Torino che si sveglia.

Esco dal mondo di carta del mio essere me stessa, dominio di una regina crudele in cui non so mai smettere di pensare; entra nel mondo, sembrano dirmi i cavalli della cancellata neoclassica. Basta che tu gli faccia posto, davvero, e la vita saprà colmarti di gioie. Esci da te stessa ed entra nel mondo, sembrano dirmi, ed è quello che conto di fare.





Sussurrare, 2

21 09 2010

 

Le conversazioni più importanti della mia vita

sono state tutte bisbigliate o taciute.

Le parole sono disegni

realistici, forse, ma mai perfettamente combacianti con l’originale.

Le emozioni sono mute, brandelli di assoluto che squarciano l’ingranaggio in cui siamo incastrati,

le emozioni sono ineffabili – non sai più che dire mentre mi detesti.

Vorrei trovare un modo per far combaciare il dire e il pensiero, la parola e il concetto: forse servono pensieri ordinati, per questo, e non solo confuse percezioni. La paura, il senso di colpa, tutto è intrecciato e non so distinguere un sapore da un altro, un sorriso pieno da uno esitante, un sentimento da un ricordo.

Le idee sono fatte per squagliarsi zuccherine sulla lingua?

Saprò mai rispondere a una domanda senza dire forse?

Anche il diavolo sa gemere, ne sono certa.





Il profumo del frangipane

14 07 2010

 

  

”  Quando penso a una pasticceria mi viene istintivo pensare all’odore del frangipane. Quell’impasto umido della torta di mele, per intenderci – ma senza l’odore delle mele, solo quel profumo caldo, un po’ materno, che ti accoglie come una carezza quando entri a comprarti un dolce. Ogni volta che ho in mente un uomo, chissà perchè, penso sempre alla morbidezza di un pasticcino, ai rigoli di crema che colano sulle labbra mentre addento una brioche. C’è un legame tra la bocca di un uomo e il sapore della panna: un buon bacio ha sempre la forma di una nuvola di panna montata, avvolgente e fresca. “

” Talvolta succede che tenga aperta una converazione vuota, mentre sto facendo qualcos’altro. Solo per sapere che la tua foto mi guarderà da un angolo, distratta e lontana, intenta in chissà quale mondo. Avrai sempre addosso l’odore del frangipane, nel mio pensiero, sia dell’impasto che del fiore. Mi dà sicurezza pensare che sarà così in eterno, ogni volta che vorrò.”

La protagonista femminile di questa sottospecie di romanzo che sto scrivendo (?) mi farà impazzire. E’ di un romanticismo tale che finirà per farsi fottere, ne sono certa.





Come un cielo infuocato è il mio sentire

2 06 2010

         Tu sei il mio amore.

Quando ti guardo guidare e vedo quegli occhi sicuri e luminosi concentrarsi, sereni. Tu sei le braccia sicure, approdo della sera. Tu sfidi le paure e le angosce per restare al mio fianco, accanto a questa creatura cattiva, capricciosa, complicata, suscettibile. Tu mi danni l’anima e sei anche la cura.

Per quei pochi minuti di luce rosa

lingue di fuoco nella danza delle nuvole

è il cielo;

così il cuore

nella fiamma che logora

e brucia ogni cosa,

splendido, vivo, sublime nel dolore che dà.

Sono tua perchè sei nei miei sospiri, ed io sono nelle tue pupille.

Le nubi sono già spente,

nella notte la mia inquietudine sale.

Sono il mio stesso baratro, sono io la mia paura;

io stessa sono l’angoscia che mi attanaglia.