Saldi

25 07 2013

Mi ero persa nei miei vestiti
larghi
e ne servivano di nuovi.


Ho comprato la mia prima 42 tre giorni fa, un paio di shorts striminziti che tu avresti detestato. Shopping in solitaria. Il primo. Non eri lì a consigliarmi, ma H&M era di nuovo H&M e le mie gambe nuove erano attraenti, nello specchio con i neon, piene di difetti e cicatrici che non cancellerei più. Sono mie, quelle cosce infinite dai contorni sfumati, miei quei polpacci aggrovigliati, mie quelle caviglie forti e mie le vene, tutte, come rami d’edera a macchiare il bianco della pelle, un po’ per volta, anno dopo anno sempre più fantasiose nei loro disegni. Mi appartengono, ed è bello poter avere qualcosa che dura, come le gambe. Sì, sono sempre le mie gambe, anche in questa 42. Tante donne sono passate dentro queste gambe, quante ne ho buttate via. Quante: sabati sera, capodanni, compleanni di gente che non rivedo da anni, saldi, file alla posta, vasche in via Garibaldi, mani che mi hanno avuta e non mi avranno più, bambini diventati uomini che adesso mi tengono loro, sulle ginocchia; e ancora medici da persuadere in sala d’aspetto, corse dietro all’11 la mattina, leggins come calze e calze come leggins nelle mattine più atroci a Oncologia 2, occhi di vecchi mentre porto la carrozzina  coi tacchi da un lato all’altro delle Molinette, zanzare fameliche, graffi di spigoli, smagliature sui collant, lividi inaspettati e cadute dai pattini.

Quante donne hanno usato queste mie detestabili gambe, più o meno bambine, tutte. Quante ne ho lasciate andare via, in questo anno. Alcune mancano terribilmente.Però in questa 42 sto imparando, a starci. Mica sempre sempre. Il tubino di pelle, ad esempio,  è una 44, e tu avresti preso certo una taglia in più “che non si sa mai”. L’avremmo voluto, un tubino di pelle, mamma? Avresti fatto un po’ di scena ma alla fine me l’avresti comprato, ne sono certa, ti avrei persuasa mostrandoti come mi calza a pennello, e poi è scontato all’87%.

C’è una donna in me
ed è nuova,
mi sto innamorando dei suoi limiti
e dei suoi tempi
e dei suoi fianchi.

E sono io, questa donna che finalmente riesce a svuotare i tuoi cassetti della biancheria, quelli più intimi, cantando il mare in sol e in la senza esitazione. Adesso, che prima erano lacrime: c’è un tempo giusto per ogni gesto. Devo farle da madre, a questa nuova me: l’ho portata a comprare vestiti e collane colorate, sparando musica nel sole. Mi hai insegnato bene, sai.
Mi hai lasciato in eredità le malinconie ineffabili, questo cinismo da due soldi che trasforma in catastrofi nucleari dei piccoli temporali – ma non dura, poche ore ed è di nuovo ora di combattere contro i mulini a vento, di amare appassionatamente e di credere, specialmente di credere di poter cambiare tutto.
Tutto tranne le gambe.





Fase due

11 07 2013

– Corri ma rallenta
– Piangi ma non piangerti addosso
– Reagisci ma prenditi il tempo per piangere
– Riprenditi il tuo ruolo ma nel frattempo recitane altri sette
– Mostrati debole, quando lo sei, e chiedi aiuto, che così ti ripeteranno cosa puoi fare per diventare una persona migliore, sforzandoti più e meglio di così (tanto sei forte abbastanza per metterti in discussione su OGNI ambito della tua vita, esattamente ora, altrimenti perché avresti chiesto aiuto?)
– Prova a manifestare le tue emozioni senza essere sempre quella forte e razionale ma al tempo stesso sii padrona delle tue emozioni e domale perché sei l’unica in grado di controllarle, soprattutto adesso che le hai fatte emergere

“E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta.” (da Va’ dove ti porta il cuore, di Susanna Tamaro)

Me l’ha regalato quando ho compiuto diciott’anni. Mia madre aveva quasi sempre ragione, diamine. Basta parlare, è giunta l’ora di ascoltare. Me stessa, però.





Bruciando te, quante porzioni di me ho bruciato

19 06 2013

Nessuno sa cosa eravamo davvero. Si può intuirlo, dall’esterno, ma dentro alle nostre pazze corse per la città c’eri tu e c’ero io, tutti gli altri fuori. Ed è per questo che non smetterò mai di piangerti: tu sola capiresti il male di una vita senza la nostra squadra, tu sola sentiresti il dolore in tutte le intuizioni silenziose che non so condividere con nessuno, tu sola ti chiuderesti nei silenzi ad ogni novità che non posso più raccontarti entusiasta. Sei l’unica che sentirebbe il mio stesso male, sei l’unica con cui potrei dividerlo.
Tu sola sai di preciso chi sono, dietro al mascara, meglio di me.
Io mi sono persa.  





Leggi tra le righe

5 06 2013

In un angolo sotto il tappeto
dentro il salotto della nostra casa a Brooklyn

ci sono mucchietti di polvere dorata.

Ho sfilato le pantofole per donarmi scalza
a questo pavimento fresco
stupore
al mio tocco esitante.

E adesso il prezzo della comunione, prego
nei resti delle mie vecchie pelli dimenticate
sfilate via come fossi un boa
– squame o piume delle donne che fui
nelle quali non sei potuto entrare.

Salirò sul davanzale grande
un giorno di questi
verso le sei;
e soltanto guardare il giardino
mi metterà in pace con le memorie scoperte.





Di notte

25 05 2013

Talvolta sono discussioni congelate e dimenticate. Urla archiviate nella cartella “non ho tempo di lasciarmi ferire da queste parole”. Più spesso sono momenti critici che abbiamo vissuto, io e lei da sole: ci sono io che devo prendere una decisione e lei che soffre atrocemente. A volte c’è qualche infermiera che tentenna: “Aspettiamo, proviamo la morfina”. Io sono sempre incredula, in tutti i sogni: “La morfina per bocca con lei non funziona, dannazione, ma perché non potete semplicemente fidarvi di me? La conosco, la curo da un anno. Paracetamolo da mille, subito. Se non glielo fate endovena glielo darò io per OS, non vedete quanto soffre?” oppure “La glicemia è a 450, vi prego, fatele una flebo di acqua fisiologica, se non avete tempo lo farò io, mi date un paio di guanti e lo faccio da sola” o anche “E’ un pronto soccorso, lo so, ma quel catetere si è già intasato altre volte, il lavaggio pulsato va da 20, non da 10, in macchina ho le siringhe da 20, se volete corro a prenderle”. Il peggio è quando rivivo litigi a casa mia, con chi più amo, gli stessi identici litigi: “No, non chiamiamo la guardia medica, non c’è tempo, facciamo direttamente la fisiologica e dodici unità di insulina perché non c’è tempo“. Non avessi avuto una zia infermiera, sarebbe stato probabilmente molto peggio.
Alle cinque e mezza del mattino, mi sveglio madida di sudore ripetendomi che è soltanto un sogno. E poi mi riaddormento e ricomincio tutto daccapo, e poi mi sveglio ancora e avanti così. Fino a quando non decido di darmi una tregua, in genere alle sette e mezza.

Le settimane che sogno più spesso sono la terzultima e la penultima.
Quasi nessuno voleva più curarla sul serio. Medici, infermieri, psicologi, persino alcuni amici e parenti: tutti in attesa dell’evento.
C’era perfino chi mi consigliava di smettere con gli antidolorifici: “Il tuo è accanimento terapeutico.” Certo. Perché c’è anche un’opzione di scelta, quando nel cuore della notte senti un polmone ribollire di acqua: puoi deliberatamente decidere di ignorare quel suono, simile a una caffettiera, e lasciare che tua madre soffochi in santa pace, in ossequio al naturale decorso degli eventi. La storia dell’accanimento terapeutico è una stronzata per vigliacchi, se hai a disposizione un diuretico per impedire il soffocamento lo usi, perché un conto è morire soffocati e un altro smettere semplicemente di respirare. Chiami la guardia medica in cerca di conferme, se trovi qualcuno che ha voglia di combattere con te bene, segui i consigli, misuri la pressione e se occorre la alzi leggermente con mezza fiala di cortisone che levi anche un pizzico il dolore, fai il tentativo da protocollo della morfina che dovrebbe anche un po’ asciugare, se un’ora dopo la caffettiera persiste fai un’altra chiamata alla guardia medica e hai l’ok per il Lasix.
Se invece senti nella voce quel inconfondibile tono da “è giunta l’ora che tu ti arrenda all’inevitabile, lasciala morire”, significa che devi fare tutto da sola, anche autolegittimarti. Intendiamoci, lo fai lo stesso, fai le stesse cose che ti avrebbe suggerito la guardia medica, perchè ormai hai imparato come funzionano tutte le tue pozioni e sai perfettamente quali cautele usare, quali combinazioni funzionano e quali no. Tutta questa giostra di analisi, ricoveri, visite, terapie a casa e ore al telefono a qualcosa sarà pur servita: sono capace di mettere insieme i vari insegnamenti dell’infermiera a domicilio, del nutrizionista, di quattro oncologi, del diabetologo, dell’infermiera dell’ospedale, del medico di base, della dottoressa del pronto soccorso, del gastroentorologo, dell’antalgista, degli infermieri dell’assistenza domiciliare (nove, tutti con esperienze diverse) e delle varie guardie mediche. Anzi. Alla fine succede che ne so più io di ciascuno di loro, per la banale ragione che devo tenere il filo di tutti i pezzi. E allora la sera dopo, quando sento la caffettiera, non perdo tempo a chiamare nessuno: pressione 115 su 80, il Lasix si può fare, stai tranquilla, mamma, adesso ti faccio stare meglio.
Quando è arrivata la morte, un’infermiera si è lasciata scappare timidamente che “Ci aspettavamo succedesse venti giorni fa, non so come sia potuta arrivare fino ad oggi.” Io lo so, come. Mia madre voleva vivere, disperatamente. In quei venti giorni mi ha svelato tre segreti, ha detto addio a tutti quelli a cui doveva dire addio, ha passato con mio fratello due serate meravigliose a giocare con le figurine, ha conosciuto mio marito. In quei venti giorni preziosi abbiamo riso, ci siamo abbracciate per ore, ho respirato il suo odore e ascoltato la sua bellissima voce rotta dagli oppiacei, anche quando faceva discorsi sconnessi era comunque la voce di mia madre. Ho lottato con lei, per avere quei venti preziosissimi giorni. 

Dormivamo spesso l’una affianco all’altra, di mattina.
Mentre le facevo flebo e iniezioni, mi rassicurava: “Diventerete più forti, piccola mia.”  
Io negavo, sempre, me l’ha insegnato lei, che si fa così: “Pensa a guarire, mammina, ce la stiamo mettendo tutta. Adesso abbiamo cambiato terapia, stavolta andrà meglio. Dobbiamo crederci.”
Spesso ci credeva. O faceva finta, ma non credo. Noi non abbiamo mai permesso alla disperazione di averci, solo quando fosse finita davvero ci saremmo fermate e avremmo detto E’ finita. Lo ripetevamo in continuazione: “Qualsiasi cosa ci riservi il destino, noi lo renderemo fantastico, mamma, te lo prometto”.

Non lo so, se è stato davvero fantastico. Per me lo era. La notte dormivo, sempre. Ero serena perché mi era stato donato un altro giorno di mia madre. Sapevo di aver fatto tutto il possibile e di avere ancora dei piani per il giorno dopo, delle lotte da fare per farmi prescrivere un farmaco utile. E mi addormentavo. Anche dopo ore di litigate. Anche dopo aver visto scene impossibili da raccontare. Anche dopo esser stata scaricata da chiunque altro all’infuori di lei, io chiudevo gli occhi e li riaprivo al mattino, pronta a ritrovare quella leonessa magrissima al mio fianco, con un sorriso gigante stampato sulla faccia e quegli occhi verdi che ti ci potevi specchiare.
Sì, io ero felice. Ero parte di una squadra, come diceva lei “Vedrai che andrà bene, con le nostre ansie e le nostre angosce, ma noi siamo sempre una squadra. Azzoppata, ma sempre una squadra”. 
E la verità è questa: ci sono sentimenti che non potevo sentire, lei era mia madre e riusciva a proteggermi perché sono la sua bambina. Adesso so che quando mi sveglierò, domani mattina, quella voce non sarà più lì a ricordarmi che siamo una squadra. E allora ecco che tutto quel bagaglio represso per mesi viene a chiedermi il conto: devo provare il panico, la frustrazione, la rabbia, la delusione che non ho voluto provare mentre vivevo la mia lotta. 
E dire che adesso avrei così tanta voglia di dormire.

I





Il fondo dei miei occhi

19 04 2013

Non c’è spazio per sentimenti reali, qui dentro. Finisci per credere alle bugie per quieto vivere, dimenticando e sedando ogni lecito dubbio. Sentimenti sforzati cercano di stringerti, tu devi lasciarti accarezzare pur conoscendone l’inconsistenza.
Hai la bocca piena di fruscii: niente, davvero, forse, eh già, sul serio?

E la passione va nutrita ugualmente. Quel fuoco per cui sei tanto ammirata deve continuare a bruciare.
Perché è la parte più vera di te.
E’ difficile, dissimulare e reagire, contemporaneamente.
Ma essere donna è anche questo.

Un altro giro di mascara ed è fatta.





L’ultimo sorso di tè

11 04 2013

Mi hai insegnato
come fare,
ma eran tutti passi doppi.





Bang

7 04 2013

With Israeli Responses, a Debate Over Proportion

Il sole filtra ancora: tra le fessure, attraverso le macerie. Democratico. Ce n’è per tutti, per le cose intere e per quelle distrutte. Scivola sulla pelle, corri sui tetti di lamiera e sul dolore.

Sei viva. Il tramonto scende inesorabile ogni sera, l’undici passa sempre quando non ne hai bisogno, la Nutella fa ingrassare e non reggi  una bionda media neanche dopo una cena abbondante. Devi alzarti e cercare la strada per Samarcanda, la tua. Ognuno ne ha una, vivi non se ne esce.
Bisogna camminare, è per questo che siamo al mondo. Per camminare. Che sia una strada di sorrisi e canti, d’amore o che sia una strada di pianti e cadute. Che sia un po’ e un po’, che non sia nulla di tutto ciò: in ogni caso è una strada. Puoi farti largo zigzagando nel bosco o costruire quella strada come meglio credi per cercare di dare un senso al tuo cammino. Devi camminare anche quando non sai dove andare. Perchè tanto Samarcanda è lì, non sta a te scegliere dove andarla a cercare. Puoi fare la strada lunga o la strada corta ma tutte le strade portano lì, puoi soltanto decidere come camminare. Ho sempre cercato di costruirmi una strada mia, una strada diritta. A ogni passo toglievo i sassi e battevo i rami, e a poco a poco il mio lavoro prendeva forma. Costruivo, poco perchè ero una bambina, ma qualcosa c’era. Una casa sull’albero.

E’ entusiasmante rimuovere gli ostacoli, tutti, plasmare la terra. Costruisci la tua vita a mani nude, sbagliando e ferendoti. E questo già è faticoso. Poi ogni tanto qualcosa cade a pezzi – magari soltanto un palazzo, altre volte un’intera città. Ti ritrovi con tutte queste macerie con cui fare i conti, vorresti andare avanti e camminare ancora ma non puoi farlo finchè non sposti tutto, non c’è spazio. Ti trascini stancamente tra un pezzo e l’altro. Non riesci a orientarti. Devi spostare la vita che avevi prima e ti è caduta addosso e fare spazio ai tuoi nuovi passi. Sei ferma, irrimediabilmente. E più ti muovi e meno ti muovi:  niente ruspe ad affievolire la fatica, ogni masso devi sollevarlo con le tue braccia e scagliarlo lontano, urlando. Quanta fatica per ogni piccolo passo. Ogni tanto crolla qualcos’altro, qualche palazzo che era rimasto in piedi acciaccato decide di darti il benservito e devi ricominciare a scavare, altri detriti, un altro piccolo Bang.

 Non sono più figlia di nessuna donna. Il divano è vuoto. Il telegiornale, piatto.
Non si ricostruisce una città bombardata. La si distrugge. E poi se ne crea una nuova, con nuova calce, nuovi mattoni. Nuove fondamenta che devono appoggiare sulla terra, finchè non ti liberi dei detriti non c’è spazio per nulla. Neanche per i tuoi piedi.
E allora cucini di fronte a un divano vuoto, svuoti un armadietto per volta in uno stillicidio settimanale infinito, ti metti i suoi vestiti che non profumano più di lei, ti pettini con le sue spazzole che non sono più bionde, e intanto ti fai male e continui a camminare.

Spalancare il cuore, sotto le macerie.
“Sorridi, è gratis, passerotto”.





A riflettori spenti

16 02 2013

I riflettori si spengono dopo il funerale. Torni a casa alla sera e ti accorgi che è enorme.
Ti addormenti per prima, per prima ti svegli. Alle tre. E il respiro di chi ami è nella casa. Vai a guardare dormire tuo padre, tuo fratello, il tuo uomo che se n’è andato lo guardi in uno spiraglio immaginato tra il comodino e il letto. Si sveglieranno? Vorresti guardare gli occhi direttamente, senza le ciglia. Chi l’avrebbe mai detto, che un giorno avrei avuto paura delle ciglia.

Le ciglia sono la parte che più mi interessa, in un corpo. Ondeggiano come ventagli dietro al respiro: nel sonno e nell’amore, le ciglia non mentono. Agitazione, calma, pace, rabbia. Non c’è sentimento che possa sfuggire al moto di uno sguardo.
E poi le ciglia puoi sbatterle per scacciare il vento, usarle come un paravento per filtrare le cose secondo la tua personale prospettiva. Mi illudo spesso di poter scegliere in che mondo vivere con il solo sguardo: che poi, è vero, si guarda con le pupille. Ma le ciglia sono la barriera fisica con cui proteggere il nostro occhio dalle influenze esterne, un organo tanto leggero da collegarsi con il cuore. Nessuno al mondo può decidere come interpretare la realtà al mio posto: sono io, a dare a ciascun avvenimento il significato che ritengo di dargli. Mi piace pensare di poterlo fare con le ciglia, questo. Trasformare un dolore in una risorsa, un gemito in un sorriso, un raggio di sole in un bicchiere di felicità. Gratis. Mia madre ed io tutte le mattine, davanti allo specchio, nutrivamo di promesse il nostro giorno con due passate di mascara. Perché i sogni richiedono impegno, ci va un buon trucco per andare oltre lo squallore del mondo e continuare a vedere la poesia a tutti i semafori. E il nostro trucco era questo, lo è ancora: due passate di mascara tutte le mattine.
L’ho mandata a bruciare con le ciglia nude, la mia mamma. 
L’eye-liner sì: per reggere tutti gli occhi che sono venuti a vederla mentre dormiva gelida nella sua bara. Non potevo permettere che chi non l’ha mai vista struccata potesse guardarla per com’era davvero. La bellezza segreta di una donna appartiene a chi più la ama, non a chiunque. 
Non le ho messo il mascara, invece. Quelle ciglia erano morte. Non ondeggiavano più al ritmo del respiro. Non avevano alcun mondo da filtrare. Erano lì, bionde e incapaci di guidarmi nella vita. Mi hanno già insegnato tutto ciò che potevano insegnarmi, quelle ciglia. Le ho accarezzate per la prima e ultima volta poco prima che inchiodassero la bara: stranamente erano tiepide, non gelate come il resto del corpo. Morbide.

E poi le ho fatte bruciare, insieme alle sue ossa e alle sue vene, e alle sue labbra martoriate di sangue e ai suoi orecchi uguali ai miei. Sono bruciate insieme a un tailleur da signora che non le era mai piaciuto, a una sciarpa che amò moltissimo fatta per lei da una cara amica, insieme a un’orrenda composizione floreale tanto pacchiana. Polvere. Quattro pugni di polvere nelle mie dita, questo ho fatto delle sue meravigliose ciglia chiare. Le ho date in pasto a una ditta specializzata, nel giro di poche ore mi hanno restituito questo sacchetto con mia madre dentro, aperto e con un sigillo di autenticità in bella vista, sottofondo un file midi che si presumeva toccante ma non lo era affatto.

La guerra è finita. Ed è come diceva De Gregori: la guerra è bella, anche se fa male. Combattere è vita, spaccarsi le dita a furia di lavoro è vita, urlare e infilare quindici esami in un anno in mezzo alla gestione di una casa è vita, piangere al fianco della donna che più stimi al mondo è vita. Poi la guerra finisce. Con la vita. Curiosamente intrecciati, il dolore e la vita si infilano in una scatola di radica che in un gelido pomeriggio di febbraio devi portare in braccio in un cimitero, infilare in un loculo e lucidare con le dita prima di guardare qualcuno che costruisce un muro tra te e tutto questo.
La pace è piacevole, profuma di sonno e di creme per il corpo che stendi con cura maniacale, ora hai tanto tempo libero. Odora di libri abbandonati sulla scrivania: pensare per più di venticinque minuti di fila mi logora i nervi, meglio svuotare gli armadi, cucinare i macarons, provare tutti i rossetti della casa, uno dopo l’altro con rapidi baci su un foglio di carta da sminuzzare poco dopo.

A riflettori spenti, permettimi di essere la più fragile. E svegliati, apri gli occhi tutte le volte che dormi, promettimelo. 





Buonanotte alla morte

10 01 2013

Buonanotte, signora Morte che stai lì a guardare.
Eri invidiosa dei nostri sorrisi, di tutte quelle canzoni a squarciagola mentre sfrecciavamo da una parte all’altra della città. Invidiavi i suoi capelli meravigliosi e quel sorriso che ti spalanca il mondo, con cui mi ha insegnato a contare le stelle quand’ero bambina. Quel sorriso da cui ho imparato a resistere al male, lo volevi rubare. E così hai messo su di noi il tuo sguardo cattivo. Ci hai scelte. Chissà perchè ci hai scelte. Abbiamo tanto sofferto, insieme, e abbiamo tanto amato. Avremmo potuto dare ancora così tanto, unite. Non c’era questa fretta di venire a prenderci. Invece vuoi dividerci, tocca a noi, a quanto pare. 
Buonanotte, signora Morte dai tentacoli fini. Non fai cadere tutti sotto una rapida scure. Per alcuni hai in serbo una fine migliore. Preferisci raffinati stillicidi lunghi mesi. Come con lei. Era troppo bella per spezzarla tutta d’un colpo. Hai preferito smagrirmela come un pulcino, scavarle le guance e affinarle le costole, svilirle la pelle con tubi e tubicini, e adesso tocca alla mente. Un pezzo alla volta, me la porti via, nel sonno e nell’incoscienza. Ma il sorriso, quello non glielo leverai, lo sai. Mentre se ne va lei sorride come quando calmava i miei incubi, come quando mi insegnava a contare, come quando è orgogliosa di qualcosa. Me la nascondi in mezzo alla morfina, come se dovesse andarsene a piccoli passi calibrati. Ma è sempre lei, mentre mi sorride.

Dicono che dovrei smettere di combatterti, signora Morte. Dovrei lasciarti il campo, cullare la mia mamma bambina mentre tu limi il suo filo, Parca bastarda che altro non sei. Alleviarle il dolore senza credere di poterla salvare. Eppure non sono capace, signora Morte, non so arrendermi perchè amo la vita. Lotteremo fino alla fine, mia cara signora. Il giorno in cui reciderai l’ultima fibra, mi troverai lì a fissarti, tutta insanguinata, tutta sporca alla fine di una battaglia. Riderai, forse. Mi sono illusa di sconfiggerti con tutte le mie flebo diligentemente somministrate, con i mille farmaci in fila di cui non perdo mai il conto. I dottori e gli infermieri mi hanno riempita di elogi perchè sono rimasta lucida e vigile sempre, senza distrarmi mai. Eppure tu mi aspettavi a Samarcanda. Ho corso veloce tutta questa strada per ritrovarti qui, seduta all’angolo della sedia. E adesso che dovrei fare, signora Morte? Porgerti la nuca? Smettere di lavarmi le mani tutte le volte che maneggio una siringa da 10? Non sono capace. Io so solo combattere.
Buonanotte signora Morte, mia acerrima nemica. Passa una buona notte. Domani mattina mi ritroverai lì con la testa alta, pronta a partire con il Perfalgan delle sei e mezza. Ci guarderemo mentre farò il lavaggio pulsato al catetere venoso, ti sfiderò come ogni mattina da undici mesi a questa parte e darò un bacio alla mia mamma bambina. Spero di trovarla, la mia mamma bambina. Che sappia dirmi Buongiorno, cucciolo. Che abbia voglia di parlare con me anche solo dieci minuti, tra un sonno e l’altro. Alla fine chiuderà gli occhi. Allora, ne sono certa, avrò il tuo sguardo gelido sulle spalle: quel silenzio vittorioso, misurato. Che brutto mestiere, il tuo, signora Morte. Chissà se ci godi. Forse no. Forse sei disincantata e stanca di uccidere, anche tu, come una guerriera che non può mai fermarsi dalla notte dei tempi. Vorrei soffermarmi di più sulla tua posizione, ma non ne ho il tempo, sul serio. E allora forza, fuori la spada, vieni a combattere contro i nostri sorrisi.


Non ci ammazzerai, signora Morte, non noi. Noi siamo quelle due stordite sempre in ritardo che non sanno guidare sotto i quaranta all’ora. Continueremo ad esserlo, anche se ti ficchi in mezzo. Non ci dividerai. Saremo unite in tutti i miei sguardi, nelle mie lacrime infinite ci sarà la sua passione per i pianti, riderà dentro le mie risate e tu non potrai farci niente. Canterò per due tutte le volte che uso l’acqua, non dimenticherò mai il mascara prima di uscire, nel mio piglio deciso con cui organizzare una giornata ci sarà la sua energia vitale. Non la ammazzerai del tutto finchè non ammazzi me, signora Morte.
E ora vado a dormire anch’io. Perchè domani la mia mamma voglio vivermela, pettinarmela, ridermela, piangermela, stringermela. Non la aiuterò ad andarsene serenamente. La terrò attaccata alla linfa della vita, più che posso, gliel’ho giurato. 





Quelle rare volte in cui ci penso

7 10 2012

Abbiamo occhi di nuvola, nella notte e nel giorno.
Qualsiasi dettaglio riesce a far piovere.
Diluvia sui sogni: i progetti si intridono di assenze
anche adesso
che sei ancora qui.



Vorrei poter congelare il tuo odore, ora che è caldo
e la tua voce registrarmela
con frasi nuove:
perchè verrà un giorno in cui le avrò consumate tutte;
come quei dischi di vinile che, a furia d’ascoltarli, saltano di continuo.

 





Un respiro

11 09 2012

Inspirare:

gli odori si combattono dentro l’aria danzante, ogni singolo dettaglio preme per entrare, lì, dove si nascondono quelle emozioni bestiali e primitive che cerchiamo di razionalizzare in pensieri, parole, opere e omissioni. 
e invece c’è un animale selvatico, dentro ognuno di noi.
quanto c’è di controllabile, in un cuore, e quanto è caso, biologia, genetica, istinto di sopravvivenza?

gli odori si combattono tutti contro tutti – ciascuno stimolo cerca di prevaricare gli altri, ogni informazione vuol primeggiare a catturare tutta la nostra attenzione – ma poggiano tutti sul niente puro dell’aria, nuda, leggera come un velo.

gli odori combattono contro i suoni, subdoli e incorporei anch’essi. 
hanno l’astuzia, dalla propria parte: non servono fragori nè fruscii, e in fondo anche i suoni hanno un odore, quello della loro sorgente.
riesci a immaginare un sussurrio che non profumi di qualcosa?

gli odori si scagliano dentro all’odore del mio cuore,
circondano tutto senza lasciarmi respirare, 
si infilano dentro i bronchi più sottili e lì stringono, stringono, stringono come lacci.

devo ascoltarli. ogni odore ha un suono, e ogni suono ha una storia, e quella storia è la mia perchè è dentro la mia carne, nelle mie narici e sul mio cuore.

Espirare:

l’odore della mia gola si confonde con gli altri nel vento, l’odore dei miei pensieri e delle mie piccolezze.
gli odori non si combattono più, fuoriescono da me e tornano a perdersi per altre anime, vivificati dal mio essere, democratici nella loro corsa attraverso tutte le bocche.

Anche volendo restare fuori dalle cose, ogni respiro di un uomo plasma il mondo. Ciò che era prima del mio respiro, non sarà più dopo. La vita entra in noi senza lasciarci scelta, esce dalle labbra dischiuse portandosi via qualcosa. Respiriamo la stessa aria, ce la scambiamo gli uni con gli altri in una giostra perpetua, scendere è la morte.

Respirami: ogni volta mi crei un po’ diversa, senza parlare mai. 
Ti respiro poco, eppure ancora, anche se non vuoi.
E smettila, di spezzarmi i sonni.
Quando hai lasciato andare il mio profumo, quando?





Io ho paura

6 09 2012

Ebbene sì. Anche io. Una paura fottuta.
Tante persone, in questi mesi, mi hanno detto cose del tipo “Ma come fai ad avere quel sorriso stampato sulla faccia tutto il santo giorno? Sei fantastica” o anche “ti ammiro tantissimo”. Sono molto fortunata ad avere intorno qualcuno in grado di motivarmi, non fraintendetemi. Però dopo un po’ ho finito per crederci anche io. Al fatto di avere delle spalle larghe, di poter reggere qualunque pressione, di essere in grado di gestire la mia famiglia incasinata. Ho smesso di concedermi tutta una serie di vitali valvole di sfogo che sono diventate un lusso: la frustrazione, il pianto, la lamentela. Quei sorrisi pieni e reali si sono trasformati in pericolose armi di autodistruzione.
Non voglio affatto smettere di sorridere, di essere quella svampita ragazzina di quindici anni che quando la incontri per strada e le chiedi come sta ti risponderà con Ho scoperto i Foo Fighters, sono fantastici. Ho tutta l’intenzione di continuare a ridere con mia madre anche se potrebbero essere i suoi ultimi mesi di vita, sì, proprio a ridere. Userò tutte le mie energie per continuare a godermi il moto delle nuvole e la meraviglia del creato. Però credo sia arrivato il momento di ammettere la verità, con me stessa e con quei pochi che chissà per quale astrusa ragione capitano da queste parti: e cioè che sono forte ma ho anche paura.

Ho paura di perdermi per strada, di non avere il tempo di fare tutti i seminari/master/corsi di lingua/tirocini necessari per trovare il lavoro che credo di meritarmi. Ho paura di ritrovarmi a quarant’anni a rimpiangere di non aver scelto le cose giuste.
Ho paura di perdere mia madre, la sola persona al mondo in grado di emozionarmi con un unico sospiro. Sono terrorizzata all’idea di un mondo senza di lei, un intero vuotissimo susseguirsi di giorni in cui non ci sarà nessuna Thelma. Ho la nausea solo all’idea di tutte le torte di compleanno, laurea, cresima, battesimo e matrimonio che dovrò ingoiare in sua assenza, tutta quella disgustosa panna che non farà altro che farmi incazzare perchè non ci sarà lei a dividerla con me, ore e ore di lavoro di chissà quanti pasticceri totalmente sprecate.
Ho paura dei cani, odio tutti i cani, specialmente quelli piccoli che si infilano sotto la gonna o attentano alle tue autoreggenti.
Sono spaventatissima se penso che forse mi ritroverò a fare da madre a mio fratello, al suo carattere così complicato e ai suoi momenti di buio completo.
Ho paura di non essere all’altezza della gestione della mia famiglia di origine, ma soprattutto ho paura di non riuscire a costruirmi una mia famiglia che sia davvero mia, impegnata come sono a lavorare su quella che ho già.
Ho paura di non trovare un uomo che sappia capire le mie stranezze e i miei pesi, temo moltissimo l’idea di una vita senza guide.
Ho paura di non riuscire più a farmi voler bene dalle persone, perchè non sopporto nessun discorso: mi viene l’orticaria solo a sentire qualcuno che si lamenta per il troppo studio, o per il troppo lavoro. Ho paura di diventare insensibile ai problemi degli altri, concentrata come sono sui miei.
Ho gli attacchi di panico quando devo attaccare la lavatrice dei delicati, ho sempre paura che si ritiri qualcosa. 
Ho paura di essere accolta solo per pena, perchè non appena qualcuno mi chiede come sto mi tocca parlare delle farfalle o scodellare una montagna di casini in faccia al mio prossimo che magari, il sabato sera, ha altri piani.
Ho paura di non essere più abbastanza forte da riuscire a boicottare la Nutella e la P&G, ho paura di farmi fagocitare da questo sistema capitalistico malato e perverso. 
Ho paura di essere diventata una di quelle rompipalle impegnative incapaci di emozionare qualcuno. Provo schifo di fronte agli sprechi di tempo, invidia per tutte le foto di viaggi che non ho tempo di fare, rabbia quando la mia famiglia piange e io devo sempre costantemente sorridere senza nessun abbraccio in cui ficcare la testa. Sono incazzata la gran parte del tempo e ho il terrore, davvero, di trasformarmi in una di quelle zitelle acide isteriche che si vedono sempre nei film.
Ho paura che a nessuno vadano a genio le mie cosce, così diverse da quelle di Gisele Bundchen.
Ho paura dei piccioni, e delle grate, e dei rapporti occasionali.
Ho paura di non essere più capace di riaccordare la chitarra, tutte le volte che si scorda.
Sono terrorizzata all’idea delle elezioni del 2013 perchè non so chi diavolo potrei votare. Ho paura di deludere le aspettative, ogni volta che faccio qualcosa.
Ho paura di dare certi abbracci, di dire certi NO, di giocare certi schemi, di sbagliare certe scelte.

Ho un sacco di paure. E’ vero. Ma ho smesso di avere paura degli aghi, perchè ho scoperto che per fare delle iniezioni decenti è sufficiente esercitarsi un po’ con un’arancia e restare concentrata.
Non ho più paura degli ospedali, anzi, sono diventati la mia aula studio preferita.
Alla fine anche le grate non sono poi così male, se chiacchieri con qualcuno mentre ci cammini sopra puoi anche dimenticarti delle vertigini.
Cucinare è una specie di passatempo, credevo di non essere biologicamente in grado di farlo e invece ho smesso di bruciare sughi, torturare arrosti e sperperare dadi granulari.
L’idea di camminare con le mie gambe mi spaventa ma mi eccita, perchè so che qualsiasi cosa mi riservi il destino ho l’opportunità di essere me stessa, isterica, lunatica, esagerata e timida insieme. E vaffanculo, sono sicura che renderò mia madre orgogliosa del lavoro che ha fatto con me tutte quelle ore sul divano, che sia qui o in cielo con David Bowie.
Sono galvanizzata all’idea di preparare gli ultimi sette esami in una condizione di stress notevole e con un sacco di altri impegni collaterali. Sì, ok, forse non avrò la media del trenta, non farò eccitanti master all’estero: però  ho ancora la media del 28,5 preparando gli esami di notte, senza annoiare il mio prossimo con troppe lamentele su cose tipo i vicini che fanno casino, senza lagnarmi di quanta fatica c’è, consapevole della fortuna che ho a poterlo fare ancora e piena di passione. Scusate se è poco.
Provo la stessa entusiasmante sensazione fisica di potenza che può provare una donna in carriera. Perchè è questo che sono al momento. Una donna in carriera. Alla ricerca di uno spazio lavorativo appagante che però non le impedisca di essere presente nella vita della sua famiglia. E vi garantisco che magari non c’è tutto l’alcol che può esserci in una notte di Erasmus, ma è eccitante, istruttivo, arricchente.
Ho paura di perdere tutti ma quelli importanti sono rimasti. Senza tante domande. Sono ancora circondata da angeli in grado di trasmettermi qualcosa, da gente con cui rockeggiare in giro per la città. C’è ancora qualcuno a cui vado bene con i miei limiti e i miei difetti, Dio ti ringrazio.
Non è vero che non so riaccordare la chitarra, riesco persino a cambiare le corde da sola. E’ solo questione di perseveranza.
Probabilmente avrò sempre qualche problema, con la Nutella, per quanto mi renda conto che boicottarla gioverebbe non solo alla società, ma anche ai miei fianchi. Ma io amo i miei fianchi, sono larghi e accoglienti, ti ci puoi aggrappare con tutta la forza del mondo. E Gisele Bundchen, ve lo dico io, neanche sa scopare come si deve.

Ho paura di non farcela ma alla fine ce la faccio sempre, perchè ho ancora quel cazzo di dannato sorriso, e non me lo lascerò togliere da nessuna delle mie paure. E lo so che magari non gliene frega niente a nessuno, ma un blog serve ad autolegittimarsi e oggi pomeriggio ne avevo dannatamente bisogno.
Have a nice day.





In mezzo al bucato

16 08 2012

Parto e i miei sorrisi migliori li lascio qui
stesi sui fili ad asciugare
come panni freschi di pulito
nel buio di una sera smorta.

Altri me ne doni il mare
prodigo di tormenti e di lezioni silenziose.
Altri mi giungano in volo nei miei giorni di viaggio
in ritardo sui tempi.

Tu resta a far la guardia;
che non me li porti via qualche treccia chiara
o qualche colpo di vento;
dacci uno sguardo distratto ogni tanto, a quei sorrisi.

Sono nati da poco, naturali come le canzoni dei Beatles,
e come quelle così sfilati dalle ore e dai passi.
Non hanno definizione perchè sono miei,
poveri sciocchi che han scelto questa bocca
e questi occhi
e questi zigomi, per nascere.
Guance di zingara che non sa fermarsi
e ciglia pavide
su pupille avide di mondo.
L’amore lo vedranno dappertutto, senza limiti e confini
perchè ho un cuore da bambina
e non so scegliere i ruoli degli attori:
in questo spettacolo di vita che scorre
gli antagonisti sono amati quanto gli aiutanti,
c’è troppo amore per le rivali e nessun bacio per i principi.

Poveri sorrisi sciagurati:
resteranno qui, stesi tra i fili del bucato in mezzo alle case della Snia,
a chiedersi perchè e cosa e come.
Ed io non so rispondere,
dal mare tornerò senza risposte.
Dagli uno sguardo alla sera, se ti capita un sorriso di rimando.

 





Segretamente

13 08 2012

Contare i granelli di sabbia su una spiaggia potrebbe richiedere una vita intera. E forse non basterebbe. Sono tutti uguali, microscopici. Uno scienziato inglese li ha ingranditi e ha scoperto che cosa si nasconde sotto i nostri piedi. Microscopici tesori, diversissimi tra loro per colore, forma, consistenza.

 Ciascun granello di sabbia potrebbe raccontarci una storia diversa. Potrebbe parlarci di quando era una stella marina, del profumo delle alghe e dei colori vivaci che era in grado di sfoggiare quando ancora gli era consentito muoversi. Ci racconterebbe di come il sole l’abbia seccato, a poco a poco, e di come si sia ripiegato su sè stesso, fino a regredire e a raggiungere una dimensione infinitesimale, confondendosi con sassi e ciottoli e diventando parte della sabbia che calpestiamo. Un altro potrebbe potrebbe narrarci della roccia da cui una frana improvvisa l’ha separato: di quanto si sia sentito smarrito in quell’istante, solo, prima di accorgersi a poco a poco che in realtà gli era stato fatto un regalo magnifico. La catastrofe gli aveva donato un’esistenza autonoma, creandolo come individuo. Parlerebbe certo della fatica con cui le onde l’hanno logorato e sfilato fino a renderlo minuscolo e perfetto come oggi è. Resteremo incantati ad osservare la dolcezza delle sue increspature sottili, se potessimo osservarlo per bene, e finiremmo per ammirarlo come si fa con una gemma. 

Forse il mare, con quel suo sibilo tormentato del tramonto, parla con i granelli di sabbia e non con noi. Probabilmente ognuno di quei microscopici granellini ha vissuto qualcosa di irripetibile: come ciascuno di noi. E cioè il cambiamento.

 

E’ stato il tempo, a plasmare queste pietre rocce conchiglie, fino a scarnificarle e trasformarle in sabbia. Il che è molto simile a quel che fa la vita con noi, sempre pronta ad afferrarci per cambiarci qualcosa – un modo di dire, un atteggiamento, una parte del cuore. E alla fine diventeremo polvere, come quei granelli.

C’è chi cambia gradualmente e chi si sfida continuamente, per cambiare. Chi a poco a poco evolve, senza quasi accorgersene. E chi ogni tanto ha bisogno di competere con sè stesso, rimettendo in discussione tutto ciò che è stato finora e tutto ciò che è adesso e tutto ciò che sarà domani.
Ad agosto finisco sempre per affrettare i tempi, non riesco a farne a meno. E allora eccomi qui, di nuovo pronta a sfidarmi e a spaccare tutti gli equilibri. Non si può contrastare la propria natura.





Piano, in segreto

29 07 2012

Ci sono sentimenti fatti di stelle e foglie profumate. Non hanno definizione, se non la cerchi. Puoi berteli tutti in una sera o distillarli durante il giorno, ti riempiono gli zigomi di sorrisi e le attese di pensieri.
Ci sono notti che non sanno finire, che continuano a suonare dentro ai sogni e al mattino ti svegli e le ritrovi intatte, dietro le ciglia si sono soltanto distese un poco per poi tornare reali nella luce del giorno. Non servono lustrini nè birre, in quelle notti, soltanto leggerezza.
Ci sono paure che bussano quando meno te l’aspetti: accendi la radio e la morte di John Lord di colpo ti pugnala al costato con cattiveria, pronta a rievocare quel terrore di perdita che sei così brava a nasconderti tra blues e torte. Sa di sudore e di olio di mandorle, quella paura. Ma la lasci fluire, quasi come se fosse una sorella amata e attesa: ti rende umana e va attraversata fino in fondo.
Ci sono accordi che non hanno un nome, sul manico della mia chitarra. Sono i miei preferiti. Li scelgo soltanto perchè il loro suono contiene pezzi del mio cuore. Cullano l’orecchio come storie ricche di colpi di scena. Li metto in fila a caso, senza domandarmi cosa sto facendo, e la vita diventa più lieve da portare.
Ci sono ciocche che non sanno stare come vorresti, non sapranno farlo mai. Scivolano sul collo bastarde e impertinenti, come se dovessero sfidare la volontà di ordine che c’è nelle mie mani e nella mia spazzola. Non voglio domarle, le lascio libere di decidere chi sono stamattina. 
Ci sono frasi che pensarle è meglio che pronunciarle, perchè si lasciano gustare sulla punta della lingua come un dolce al cioccolato e non feriscono nessuno. 
Ci sono occhi che sanno cosa pensi, ma preferiscono non fare domande. Non hanno bisogno di conferme. Mia madre ha quel genere di occhi fatti per abbracciare, sempre pronti al pianto e alle risa. Persino mentre dorme ne lascia un pezzo a vista, giusto un filo di bianco  che resta fuori dalla protezione della palpebra e sfugge alle ciglia. Come se non potesse mai dormire fino in fondo, come se ci fosse sempre qualche frammento di vita a cui aggrapparsi, “è una giostra tutto quanto, tu resta in sella”. Ho ereditato il suo sonno tortuoso e infatti non sono capace di chiudere davvero gli occhi, non mentre dormo. 
Ci sono sogni che implacabili arrivano alle quattro del mattino a svegliarmi di colpo. Non smetterò di lottare con questi fantasmi, quasi  li amo per la loro tenacia che tempra la mia. 
Ci sono canzoni di De Andrè che contengono la spiegazione per tutti i moti del mio cuore. Va ascoltato con parsimonia, per non perdersi nelle pieghe dell’anima.
E poi anche vestiti di seta e di rugiada, la mia prima volta intrappolata tra le quattro e le cinque di un mattino di febbraio tra l’orologio elettronico e la testiera del letto, il colore della realtà, i sentimenti di disgusto e ribrezzo di fronte alle cose futili. La consistenza reale delle labbra, i ragionamenti e i sogni, il respiro affannato dall’asma. Ogni ritardo.
C’è infine un pizzico di follia, quella che guida le azioni nel corso di un giorno, i gesti in una danza e la scelta delle strade da percorrere e di quelle da abbandonare. Una pazzia che si mescola all’etica senza negarla, al contrario, purificandola fino al midollo dalle imperfezioni del tempo.

In un silenzio c’è tutto questo. Ecco perchè è un lusso che si può porre soltanto nelle mani di pochi , quelli con cui non serve protezione. E’ talmente importante, scegliere con chi tacere.