Polvere e neve

30 01 2014

Potrei,
se tu fossi d’accordo,
cederti le mie nostalgie.

Te le affitterei ad ore
camere in cui, assoluto, amare
– scorda il tempo, il denaro, il caldo del conformismo sociale.
Verresti nelle mie pupille velate di nicotina maldestra
ancora e ancora
fino a dimenticar te stesso.

Le mie nostalgie le affitto ad ore
camere di primavera e di sole
dalle pareti fiorite tutte da accarezzare.

Leggile un poco, queste malinconie.
Sfogliale, come brioches calde a colmarmi le guance.
Le mie ferite sono medaglie al valore,
il solo gioiello che possa ornarmi il collo.
Le mie parole nel tempo sono boa di piume,
ventagli coi quali attirare i passanti per una moneta o un sorriso.
Le mie nostalgie sono squarci di luna sulle tue dita
mentre mi ami la mattina
e la notte, rare pause tra i tuoi demoni e le mie false speranze.

Non avresti i miei sorrisi senza le mie spine,
le mie risa senza le mie collere.
Le tue cicatrici tra le mie dita sono tatuaggi per conoscerti il cuore.

Le mie nostalgie le affitto ad ore a tutto il mondo;
il soldo che me ne viene in tasca è nello sguardo di chi si ferma,
sentimento condiviso ogni volta diverso.
Neve che fu nella strada in cui mio padre si ruppe una gamba
e neve che fu nelle mie attese alla fermata del tram
– tra un pronto soccorso e una sala d’attesa.
Neve sulla morte
ad annunciarla nei giorni precedenti il suo arrivo
e le mie lacrime di una settimana che furono neve
mentre lei si spegneva tra le mie carezze impotenti.

Il mio passato è un seme di cui non hai che intuizioni.
Tuo è il suolo duro crepato dal freddo,
tua la spiga esitante che sai vedere nelle pieghe della terra.
Potrai mietere i miei baci ogni mattina.
Le mie nostalgie sono chicchi di grano:
le ho promesso che darò sapore al mio pane.





Mentre bolle qualcosa sul fuoco

31 10 2013

In questo mondo senza Lou Reed
gli Spritz sono viola e le unghie si sfaldano
dentro alle emozioni mute 
al fondo della gola
e poetiche del tacere si infrangono contro lo scoglio delle mie necessità
cupe e cicliche
come notturne risacche.

In questo mondo senza Lou Reed ci voglio fare l’amore
e provare a conoscere certe risa leggere
palliative
di quella pienezza che ha saputo rialzarsi
dei nonostante e delle differenze;
e sono viva appena poche ore al giorno, in questo mondo senza Lou Reed,
ma sempre meglio che niente
e la misura la lasceremo a chi ha il passo silenzioso.

Spesso mi incanto, in questo mondo senza Lou Reed:
ma non manca mai il pane
i cardi e il grano sono a bollire
e un melograno per rosario mi mantiene morbida
e la mia bocca è una foglia secca dalla curva accennata nella mantella di lana
è femmina e aspetta
aspetta.

In questo mondo senza Lou Reed – e senza quelle scarpe
nere, che te le rubavo sempre
nere, che te le ho messe apposta
per intrecciarmi un po’ con te anche nella cenere –
in questo mondo senza Lou Reed è arrivato autunno

a intrecciare le ceste delle virtù e dei vizi
non potrebbe essere meno drammatico 
questo focolare molle
che nutro.

Lou Reed è sempre sul piatto dei dischi
questi stivali hanno le borchie 
portano per sentieri lastricati di giallo e nervature e stelle
per costruire castelli di miele e curricula
come hanno fatto per anni
come hanno dimenticato di fare per un pezzo
come col tempo hanno ricordato di fare.

Lou Reed 
ed è il mio colore
l’autunno
che sta nei capelli, nella pelle che stinge a neve
che mi fa donna
(il) che significa
amarsi, senza smettere amare.





Perdono che liberi le tempie

7 10 2013

Ero una rondine e non potevi costringermi
per primo l’hai capito
mi hai scacciata e ti ho odiato perché avevo fame e non sapevo di che nutrirmi
senza la mangiatoia dei nostri abbracci 
e tu hai sprezzato ogni singola piuma;
credevo volessi uccidermi, punirmi per le mie debolezze e per le tue miserie pavide,
invece mi hai liberata dal tuo cielo stretto,
aria di sasso sulle mie ali:
solo così ho abbastanza spazio per volare. 
Ti perdono.

Di cosa profuma questo grigio
e quale suono hanno questi passi nyloncalzati
sulla mia arpa in sordina
della quale hai scordato ogni nota
 
è mistero. Se adesso
potessi esprimere un voto
incespicando con naturalezza
esiterei
al sicuro dietro alla lana scura
e potresti ascoltarmi respirare senza temere per la tua autostima

forte delle mie finitezze
rinunceresti alla tua crudeltà esacerbata dalla paura
e sapresti piangere lacrime vere
se mai ne avessi il cuore.
Ti perdono.

Un poco ancora è il freddo
mentre sono la danzatrice che non ho scelto d’essere
e mi riprendo i pezzi
che si erano squagliati nelle tue dita
neve di cipria e rivoluzione;

d’ottobre
ora che sono fuori da ogni casa di sogno
apprezzerò la leggerezza
la possibilità e il possedermi
totalmente
senza dividermi in gemiti o sospiri
senza carezze o aspettative

e le mie dita si poggeranno contro le mensole come uccellini sfuggiti alla tempesta
e accarezzerò ancora i gradini coi piedi
senza più tacchi né spade
smetterò di boicottare i miei sforzi e imparerò a credere nelle mie insicurezze come in promesse dell’atletica leggera
con il tuo sguardo severo ci ho fatto la pace
ti auguro una sorte identica
sarò una principessa rosa tra gli scaloni e non sentirai la mia assenza
stretto come sei nella tua gabbia respirerai libero dalla fatica delle passioni
esteta imbevuto di anestetico
e forse un giorno troverai l’umiltà di lasciarti aprire la porta della felicità 
ché nessuno si salva da solo.

Ti perdono.

Ogni nodo è sciolto, ti perdono, in un modo che forse non saprai capire, che detesterai e accrescerà la tua collera: eppure m’hai insegnato che ci vuole rabbia, per lasciar libero un cuore, e un giorno ti auguro di ringraziare la tua rabbia come io ringrazio oggi la mia.Ti perdono.





Eredità

1 10 2013

Ti cercavo, ieri sera, e ti eri nascosta;
forse eri tu, dentro al mio stomaco avido,
caparbia ribollivi senza tregua
quasi fossi come il tuo russare – com’era morbido 
il tuo russare, com’era neutrale,
incrocio di strade 
taciturno sospeso e senza pace 
fino al porto dei miei abbracci.

Ti cercavo e mi affamavi
io ingrassavo
e poi non sapevo più come vomitarti fuori
eri scivolata fino al mio ventre 
ed ero una bambina che io stessa avrei dovuto partorire al posto tuo;
le voglie che mi mettevi si sono attorcigliate ai miei fianchi
come una cintura
te li ho dati in prestito e sei e non sei
e sei stata e non sarai
e dovrò esserti madre e figlia e sorella, come sono sempre stata.

Mi hai nutrita a pane e Almodovar, di che puoi lamentarti, adesso.
Mi hai allattata per allattare, donna come ogni donna
ed eccomi qui
con questi due piccoli seni gonfi e bianchi
pronti a nutrire il prossimo – due,
che uno solo non potrebbe bastare
a questo mondo, sterminata distesa di bocche da colmare
del mio cuore gravido – di amore
talvolta il latte si caglia o si fa acido

eppure sa placarsi il vento
e questo sorriso torna dolce e si lascia bere leggero.

Mi hai allattata per allattare e pure per lasciarmi allattare,
 sono pur due queste labbra
schiuse per nutrirmi- due, che una non poteva bastare
per poi richiudersi a contenere i voli dell’anima.
Donna come ogni donna, m’hai fatta di carne e di latte
e mi hai lasciata qui, diritta,
a bere camomille col rossetto sul fischio del bollitore.

Ti cercavo e sei:
in tutto ciò che hai toccato

come un mosaico infinito di azioni libri canzoni casuali
che acquista senso un passo alla volta.


Certi film visti di sfuggita, ora, hanno un significato diverso, nostro, che a nessun altro posso spiegare; personaggi col mio nome di cui non colsi il peso, trame dimenticate nei cineforum che abbiamo diviso per caso, e tu che mi parli adesso tramite questi richiami, ed io che capisco il messaggio. 
I presagi non hanno il tuo odore. Ma hai ragione, da dentro Almodovar: la vita va amata proprio perché priva di senso, nell’assurdo intreccio degli eventi possiamo soltanto sospendere il giudizio e ballare la bellezza.
Mi rifaccio la coda e si ricomincia.





Di come ho insegnato Jimi Hendrix a mia madre. Di come lei l’ha spiegato a me.

18 09 2013

Lei detestava le chitarre elettriche. Tutte, quelle distorte particolarmente. Metallica o Doors non aveva importanza, per lei erano tutti uguali, non c’era un assolo che le andasse bene. Era incredibile: le bastavano quindici secondi di una qualsiasi canzone dei Led Zeppelin per iniziare a schifarsi, si metteva a girare per casa come una pazza alla ricerca della radio/computer/televisione da cui proveniva quel suono, urlando “Oh! Ma che è, abbassa sto casino, non si riesce a respirare!”. Un bell’inconveniente, visto che io, senza musica, non sono capace né di studiare, né di scrivere, né di cucinare o pulire, tanto meno di utilizzare l’acqua. Credo di aver avuto una svolta indie proprio a causa dell’intolleranza di mia madre alla stragrande maggioranza delle distorsioni.

Un paio di settimane prima di morire, eravamo in camera sua, subito dopo pranzo.
Le avevo appena attaccato al braccio una flebo, venti di morfina in 100 CC di fisiologica. Non esattamente una bomba, giusto un aiutino per arrivare intere al paracetamolo delle quindici e quindici. Lei stava appoggiata alla testiera del letto, sotto le coperte, sguardo intenso e fisso sul muro di fronte. In pigiama da mesi. Era bella comunque, di una bellezza essenziale ed estrema: nel viso scolpito dalla malattia, con i capelli corti e stinti, gli occhi erano immensi e più penetranti che mai. A un certo punto spostò lo sguardo su di me:
– Avrei voglia di una canna.
– Prego?
– Sì, Irene, non scandalizzarti tanto, sai. Avrei proprio voglia di una canna.
Per un momento devo aver esitato, guardando in basso. Beh, volendo in qualche ora avrei anche potuto procurarmela, un po’ d’erba.
– Non penso sia il caso, ma se proprio ci tieni chiedo in giro.
– Tu non fumi erba, cucciolo?
– No, mamma. – probabilmente era colpa della morfina. Non poteva fare sul serio. Quando iniziavano questi discorsi sconnessi mi armavo di pazienza, mi sedevo su una sedia accanto al letto e mi sforzavo di continuare a cercarla. La trovavo sempre, in fondo a quel torpore, o lei trovava me. Bisognava soltanto attraversarlo. Le presi la mano mentre mi squadrava, sospettosa.
– No, mamma, io non fumo. Né erba, né altro. Sono asmatica. E poi non comprerei erba neanche se mi piacesse, è un mercato in mano alla mafia, ti pare che una che non compra CocaCola può comprare marijuana?
– Brava. Che poi per l’erba, proprio non ne vale la pena. A me non faceva proprio nessun effetto. Ne ho fumata un pochino quando lavoravo all’arsenale, giusto per un paio di settimane. Avevo diciannove anni. C’era questo mio collega che la fumava abitualmente, raccontava meraviglie e ho voluto provare. Non mi ha fatto proprio nessun effetto speciale, ti ripeto. E’ solo un po’ più buona. Oh, ma avrai provato, qualche volta, no? Sei una santarellina, non si può stare sempre a guardar la vita alla finestra.
– Una volta, a sedici anni, un capodanno. Non mi dice niente.
– Appunto.
– E allora, perché avresti voglia di una canna, adesso?
– Così. Perché mi ricorderebbe i vent’anni. – un piccolo sorriso nostalgico si era stiracchiato su di lei, si era fatta vaga.
– Se vuoi ti metto gli Spandau Ballet.
Era scoppiata a ridere di gusto.


– Oh, tesoro. No, non metterli, fammi scoprire qualcosa di nuovo. Mi resta così poco, non posso sprecare nemmeno un’ora, a rimpiangere il passato. Insegnami qualcosa che non so.
– Smettila, non dire così. Ci stiamo provando, adesso con questa nuova terapia sarà diverso, e… – mentii sinceramente, per l’ennesima volta. In genere ci credevamo, entrambe. Mi interruppe.
– Dico sul serio. Ad esempio, quando ti sei fumata quella canna, eri a una festa, giusto? Ci sarà stata della musica…
Stavolta no. Ci voleva fegato, allegria, consapevolezza: l’orologio ticchettava implacabile, lei aspettava che prendessi l’altro capo del filo, un discorso muto aleggiava nei settanta centimetri che ci dividevano, come fumo tra i nostri visi, pronto a prendere forma. Per qualche secondo sostenni il suo sguardo forte. D’accordo, facciamolo.
– Certo, che ce n’era, musica. Tanta.
Mi sforzai di ricordare.
– In quel preciso momento, Jimi Hendrix, mi pare. Non ti piacerà.
– Un gran casino, come al solito.
– Ti prego, mammina, almeno Jimi Hendrix. Non è affatto un gran casino, è una poesia.
– Cosa ci sarà mai di tanto poetico, in quella musica da sballoni e satanisti. – lo diceva senza convizione, soltanto per provocarmi. Voleva che la convincessi, che ci mettessi tutta la passione di cui posso essere capace. Adorava vedermi pulsare, la manteneva in vita.
– Fidati di me. Questo ragazzo ha passato le pene dell’inferno, viene da una famiglia povera e sfasciata, ha iniziato a suonare una scopa e la sua prima chitarra era per destri benché lui fosse mancino, imparò a suonarla rovesciandola. Ha questa passione incredibile che gli consente di attraversare ogni cosa fino a ricondurla alle trame finali della vita e a darle un senso, a darsi un senso. Sì, è un vero artista. Ha trasfigurato la chitarra elettrica in qualcosa di diverso, ha scoperchiato la sua anima saltando sui palchi di mezza America, aveva questa voce incredibilmente tormentata ed era fottutamente teatrale, bruciava le chitarre, capisci? Maledizione, devi conoscerlo.
– Meno male che non ti fai le canne, sei già messa male così. Beh, allora forza, proviamo.

Avevo messo su una playlist improvvisata, scegliendo dall’hard disk. Iniziava con la mia preferita, All along the watchtower. Lei non si emozionò molto, non riusciva a reggere l’assolo. Hey Joe invece non le dispiacque, non c’è una gran distorsione ed è piuttosto lenta. Mi ero sdraiata al suo fianco, sul lettone. Zero cuscini per me, quattro per lei. Fissavamo il soffitto senza stelle, zitte.
– L’hanno usata come colonna sonora in qualche film di Verdone. – la riconobbe.
– Proprio così. Non dirmi che non ti piace, che non ci credo.
– Sì, dai, questa sì. E’ proprio una musica da sballoni. Mi sono fatta una pera anzichè una canna, dici che vale lo stesso?
Com’era bella, mia madre, fanculo alla morte che me l’ha tolta così in fretta, come una rockstar condannata a non poter invecchiare.
A seguire, Little Wing. Le davano fastidio i rumori forti, in quel periodo, dovevo essere delicata.
Lei cambiò radicalmente espressione. Fu come se la flebo fosse arrivata dritta al cuore, mandando in circolo non so quale veleno, non so quale ricordo o sensazione. Diedi un’occhiata al deflussore. L’avevo regolato a goccia lenta, c’era ancora su mezzo flacone, diciamo un quarto d’ora. Tornai a guardarla. Aveva una lacrima intrappolata su quella piccola vena che cavalca lo zigomo. Le presi una mano:
– Hey.
– Hey, Joe? – era un sarcasmo spezzato dal pianto, mesto.
– Non fare così.
Iniziò ad accarezzarmi la mano, piano. Non smetteva di piangere ma non gemeva minimamente, era in totale silenzio. Chiuse gli occhi e li riaprì di scatto, mi prese il mento e iniziò ad accarezzarmi le guance e una ciocca di capelli. Ero spaventata, avevo le guance bagnate di lacrime mute, figlie delle sue.
– Adesso ascoltami bene, Irene. E fammi una promessa. Promettimi che continuerai a urlare in macchina quando sei arrabbiata col mondo, che non ti lascerai ingannare dai complimenti, che canterai sempre mentre lavi i piatti e mentre passi l’aspirapolvere. Promettimi che piangerai solo con chi se lo merita, ridi un sacco. Promettimi che porterai tutte le croci che la vita ti sbatterà sulle spalle, con i tacchi rossi e il mascara come ti ho insegnato. Promettimelo.

Tremavo tutta, lei mi dava la forza. Ero paralizzata dal coraggio di quella donna di cinquantanove chili, fiera nella sua decadenza, orgogliosa del suo dolore affrontato fino alla fine. Ed era mia madre, capite? Ho avuto il privilegio immenso di avere questa donna meravigliosa come madre, una madre piena di limiti e difetti con un cuore gigantesco, che non ha smesso di sorridere fino alla fine dei suoi giorni, che due settimane dopo, sedata e agonizzante, non avrebbe smesso di sorridermi mentre le accarezzavo il viso. Lei lo sapeva, in quell’istante lo sapeva benissimo.
– Diventerete più forti, piccola mia, ci ho pensato tanto. All’inizio sarà dura, ma alla fine saprete vivere fino in fondo tutto quanto. Ed è solo questo, che conta, Irene: la vita. Quando stai per lasciarla capisci che l’unico obiettivo da raggiungere è poter dire, alla fine: io ho vissuto. Non conta che lavoro fai, se ti sposi o no, sono tutte cazzate. L’unico successo è poter arrivare a guardare la morte negli occhi, quando arriverà, per dirle Vieni, stronza, prendimi, che ho tanto vissuto, non ho sprecato un istante, ho respirato ogni profumo e ascoltato ogni suono come musica, ho amato e pianto abbastanza, sono pronta.
Promettimi che ti lascerai guidare dal tuo cuore, esattamente come ti ho insegnato. Farai tanti errori, serviranno per crescere. Non ho lezioni da darti se non questa, bambina mia: lascia entrare la vita, anche quando ti fa male. Il resto verrà da sé.

Little wing era finita, la flebo era finita, la vita continuava. Ci abbracciammo, strette, le sue lacrime nei miei capelli e le mie sulla sua spalla magra.
Mi aveva spiegato in cinque minuti tutto Jimi Hendrix, e neanche lo sapeva. Mi alzai per staccare il deflussore, mentre andavo a prendere la siringa per il lavaggio mi misi a ridere. Sdrammatizzare era il nostro modo di chiudere i discorsi seri.
– Vuoi ancora una canna? –  c’era Voodoo Child, in sottofondo.
– Oh, ma che è, abbassa sto casino, che non riesco a respirare.

Era una rock star, che le piacesse o no.





Non esattamente

11 09 2013

Puoi entrare; entra. Versa il caffè nella mia coppa, non è il mio vino di spezie ma è caldo.
Non c’è nessuno, qui. Sono vuota e aperta alle novità, mi troverai calma ad accoglierti dietro la porta come se fossi atteso.
Sei spontaneo. Per oggi mi basta questa intimità, è molto più importante, adesso che si è rotto l’arcobaleno. Non ci sono enigmi da risolvere, in questi occhi, nessuna metafora da decifrare, fammi del bene e ti darò quel che posso.
Alla fine mi richiamerai per sapere cosa senti, te lo dirò soltanto se sarai forte abbastanza da reggere il suono dei tuoi sentimenti raccontati con i confini esatti della mia voce e del tempo, non mi costringerai a mentire.
E poi sarò tua madre, che ci piaccia o no, ti accarezzerò benevolmente con gli occhi mentre ti spiegherò a che altezza voltare a destra, quando prendere le distanze da questo incrocio.

Ero un diamante impazzito e luccicavo, come Syd Barrett. Ora sono una perla: fresca, liscia, giusta.
Sono in pace con la mia strada, ho il passo giusto per non stancarmi e continuo a camminare.
Potrebbe significare qualcosa. Oppure no.





Senza sforzo alcuno

30 08 2013

I fiori sbocciano senza chiedersi come si faccia:
tu, che hai cuore umano, vali forse meno di una margherita?

Le rondini si affidano al vento
senza conoscere nulla delle leggi fisiche che regolano il volo:
perché dovresti conoscere le regole del gioco, per poter giocare?

L’anima della candela brucia,
si nutre della cera democraticamente,
la consuma godendola tutta quanta fino a spegnersi nel suo stesso fuoco.
Credi forse che la ricchezza della vita possa darti meno nutrimento?

Prova a sradicarlo, è come la menta:
ricrescerà senza che tu debba curartene affatto,
tornerà a infestare il tuo cuore con il suo profumo.
L’amore non è fatica, l’amore non è un merito, l’amore è un dono.